lunedì 12 dicembre 2011

Il Piano C. #2 - Il Piano A pt.2 -





Ci sarebbe molto da dire sul Piano A ma dovrei ancora parlare del Piano B e comunque io sono qui, e voi lì, per il Piano C.

Diosanto.

Ricominciamo.

Vorrei chiudere il discorso sul Piano A e del Piano B magari parlerò dopo, perché è il Piano C che mi sta a cuore.
Meglio, anche se le cose non stanno proprio così. La verità è che il Piano B è imbarazzante poiché è la prova di come io riesca a svaccare tutto quando mi innamoro, e mi innamoro spesso. Veramente, mi innamoravo spesso. Ero uno dall'innamoramento lampo. 
Ora sono sovrappensiero.
L’ho capito quella volta in cui mi trovai a passeggiare con un mio amico per una delle piazze della mia città. Era estate, faceva caldo – devo smetterla di dire cose ovvie – e noi avevamo da poco dato la maturità. Sicuramente conoscete anche voi quel brivido di timore che arriva nel momento in cui si capisce che qualcuno con un borsone pieno di calzini ti ha puntato. Non è fastidio, è ansia da prestazione: il punto è cercare di far capire che non si è interessati a tutto quello che hanno da proporti, senza essere scortesi. Almeno per me è così. Quel giorno però nessuna ansia e nemmeno borsoni pieni di calzini. C’era una pettorina, blu credo, di una qualche associazione fantasma, ed una cartellina. E c’era una ragazza bellissima, di quella bellezza pulita che già ad una cinquantina di metri – punto in cui capii che eravamo il suo bersaglio – iniziai a pensare di rilevare l’associazione fasulla per cui lavorava, strapparle la pettorina di dosso e dirle « vai, sei libera ».
Iniziò a parlare di qualcosa che non ricordo, ma che di certo non avrebbe destato l'attenzione di chiunque avesse occupato, nella scala evolutiva, una posizione un pelo più alta di quella di un idiota. Quello dell'idiota era un traguardo per me irraggiungibile. Solo in questo modo potrei descrivere uno che riceve a braccia aperte e col sorriso sulle labbra una delle fregature più elementari mai concepite. Firmare, dico, f-i-r-m-a-r-e, un foglio con cui ci si impegna a comprare un corso di inglese per oltre tre milioni delle vecchie lire ed accorgersene solo mezz'ora dopo. Traditrice, dopo tutto l'amore che le avevo dato in quella piazza assolata. Però andò bene, Dio benedica il diritto di recesso.
Le cose non andarono diversamente col passare degli anni.

Era il turno di Marta. Me ne innamorai subito, mi bastò metà del suo volto.
L'altra metà era occupata da una grande Polaroid, una macchina fotografica veramente ingombrante, non solo nel senso fisico del termine. La portava ovunque quella cosa, ma in fondo mi piaceva vederla avvolta nelle sue dita affusolate. Mi piaceva guardare lo smalto delle sue unghie mentre teneva in mano quella macchina sputa-foto. Mi piaceva il suo modo di piegarsi, inarcarsi per trovare l'inquadratura giusta. Era fotoyoga degno del campione mondiale di tetris. Col tempo compresi che non ne capiva un beneamato di fotografia e che era tutta scena, ma a me piaceva.
Marta e la sua Polaroid che le copriva il volto.

“ti spiace se ti scatto una foto?”

“f-figurati”

Ci conoscemmo così e sì, mi dispiaceva. È che non mi piacciono le foto, sono diaboliche. Comunque la metta, mi fanno girare le balle. Sembro felice? Perché ero felice? L'ho dimenticato. Forse non era tutta questa gran cosa se l'ho dimenticato. Poi mi accorgo che è un pensiero stupido e che ero felice e basta. Magari non sento ora quella felicità, ma so che lo ero perché lo ricordo e la foto mi aiuta nel ricordare. Quindi divento malinconico e mi chiedo perché cazzo ho delle foto tra le mani.
Avevo un sorriso di circostanza? Quante foto ho con sorrisi di circostanza? Provo a contarle ma so che sono tante e mi chiedo il perché di tutti questi sorrisi di circostanza. Mi sono serviti? Sono serviti a qualcuno? E soprattutto, perché perdo tempo a chiedermi queste cose con delle foto tra le mani?
Poi ci sono quelle rare foto dalle quali si evince che ero incazzato nero. Ricordo benissimo perché lo ero e nel ricordare mi incazzo di nuovo... e mi chiedo perché mi debba incazzare con delle foto tra le mani.
Marta questo non lo sapeva, e non lo sapevo nemmeno io. Non sapevo niente, nemmeno della mia abilità a svaccare tutto quando mi innamoro. Se lo avessi saputo non mi sarei iscritto ad un corso di fotografia tralasciando, anzi, quasi mollando l'università solo per poter condividere la stessa passione. 
Già, perché io mica svacco la storia d'amore, io svacco me stesso.
Marta questo non lo sapeva e mi lasciò.

“non hai più personalità, ti preferivo quando eri su quei libri che parlano di mercati e quella roba lì”

“p-prego?”

“Ma sì, eravamo una coppia stupenda, tu il figlio del tuo tempo ed io l'artista libera dagli schemi”

“Ma veramente...”

“Sì, hai ragione tu, avrei dovuto farti capire che a me piacevi così come eri. Come...”

“... come quella volta in cui mi hai dato dello sporco capitalista davanti ai tuoi amici aggiungendo che non lo sapevi come facevi a stare con uno così? Solo perché sono, ero, non lo so più nemmeno io, iscritto ad economia?”

“Ecco, te la sei tenuta per le grandi occasioni vero? Non vedevi l'ora di rinfacciarmela, vero? Guarda, mi fai schifo!”
Siamo stati insieme tre anni, io lei e la sua polaroid del cazzo.


Mi ritorna la mente a quella ragazza dalla pettorina forse blu, quella bellissima dalla bellezza pulita. Ecco, lì avrei dovuto scattare una foto. Perché a pensarci bene aveva proprio una faccia da troia.

mercoledì 21 settembre 2011

Alì, ma vaffanculo.


Appiedato.
Magari risolvere i problemi di connessione fosse semplice come cambiare una ruota bucata. Invece, no.
In compenso sto conoscendo un sacco di operatori di call center, non ricordo i nomi ma mi segno i loro numeretti identificativi, così siamo più intimi. Di tutti loro mi è piaciuto un certo Luca:

"Guardi chiami questo numero, è quello per verificare la consistenza ADSL. Ascolti il messaggio e mi dica cosa ha sentito, la richiamo tra cinque minuti."

Chiamo, ascolto il messaggio di una voce registrata che sembra di una proveniente dai paesi dell'Est Europa e aspetto la chiamata dell'amato Luca.
Driiin.

" ... allora, il messaggio diceva che in data 20 Settembre il gestore è Telecom."

"Ma oggi è 19 Settembre."

"Vero, non ci avevo pensato."

"Sicuro di aver sentito bene?"

Seguono incazzature varie che non riporto, potete immaginarvele.

Comunque, vi saluto e spero di tornare presto on line con una nuova parte del racconto!


giovedì 4 agosto 2011

Il Piano C. #1 - Il Piano A, pt.1 -



Il prossimo a fine agosto. Magari inizio settembre. Buone vacanze!



Come dicevano i Toto in Stop loving you, “time passes quickly and chances are few”,
quindi non voglio dilungarmi sul primo Piano della mia vita, anche perché nella sua elaborazione c’entro ben poco.

Già, perché il Piano A veniva plasmato in tempi non sospetti. Che ne so, andavo male in matematica? Il Piano prendeva una sua precisa piega. Mostravo buone doti nel parlare davanti a molte persone? Ecco che una nuova indicazione stradale segnava la giusta via; anche se spesso non è un vero e proprio cartello stradale, il più delle volte le indicazioni assumono la forma di un signore con i fondi di bottiglia sul naso e duro d’orecchie, affacciato al finestrino della tua auto, goffo nel non far cadere i quotidiani ripiegati sotto al braccio:

- Diritto fino alla rotatoria, la percorri tutta, esci da dove sei entrato e torni dietro. Poi, prendi la prima a destra. Dove c’è un vecchio negozio di frutta e verdura giri ancora a destra, e prosegui dritto fino al semaforo. A destra del semaforo c’è un bar, Bar Centrale mi sembra, sì, è quello con un orologiaio di fianco, ecco, a te non te ne frega niente, vai a sinistra e prosegui. Non la prima, non la seconda, non la terza, alla quarta a destra giri e prosegui. Passi il tabacchi, la pizzeria, il giornalaio e il bar e giri a destra, prosegui dritto e all’incrocio a destra. –

Sì, una cosa del genere. Comunque, indicazioni a parte, il Piano A non è che viene su da solo, no… c’è qualcuno che trama alle tue spalle. Sempre loro, mamma e papà, che in questo caso suona un po’ come Bonnie & Clyde; e sono anche bravi, sapete? Talmente bravi che il Piano A in origine non è un piano, è carta bianca, con dei piccolissimi divieti e postille: non frequentare determinati soggetti; non leggere determinate cose, vedere determinati films, ascoltare determinata musica; scegli la scuola che ti pare, possibilmente non quella, né quella lì, né quella là.
Anche per voi è stato così, vero? I Piani A si somigliano un po’ tutti, non c’è da disperarsi, è la vita.
Quanto al mio, ero sul rettilineo a trecento all'ora, e ad una tale andatura non pensi che la curva arrivi presto, non così presto. Mi ci avevano buttato loro a quella velocità, sì, Bonnie & Clyde, ed io ero stato bravissimo a gestire la situazione: avevo fatto tutto il liceo classico con ottimi voti, buon inserimento tra i compagni, qualche nota che ti rende figo, innumerevoli sogni erotici su tutte le ragazze più carine della scuola, alcuni dei quali realizzati (ricordate Sabrina?), e innumerevoli figure di merda collezionate in cinque anni, fino al giorno in cui,  lanciato a razzo, arriva il curvone a gomito; mi piacerebbe dire che è arrivato all’improvviso, che ero distratto, ma non è così. Non avevo mai pensato seriamente a cosa diavolo avrei dovuto fare della mia vita dopo le superiori, e sì che era un tassello importantissimo del Piano A.
Bonnie mi vedeva ad architettura, psicologia e medicina, specializzazione: ginecologia. Clyde era un maschio, puntava alla conservazione della specie: giurisprudenza, “all in”. Io non vedevo. Avrei aperto un negozio di dischi, ho sempre adorato la musica, tutta la musica. Tutta poi, non consideravo la musica leggera italiana, la taranta e quella roba lì, il country, la musica impegnata di gente che scrive bene, suona male e canta peggio ma che “hey, non provare a toccare quelli lì ché ci fai la figura dell’ignorante”; ci sarebbe dell’altro, ma col tempo sono diventato molto più elastico. Avrei anche aperto un negozio di scarpe, da donna. Immaginavo scaffali e piedistalli con calzature dai tacchi di ogni forma e misura – minimo dodici – e donne dalle gambe affusolate che sfilavano col loro prossimo acquisto ai piedi; ma mi resi subito conto che l’idea era al confine col film hard dei miei sogni e che non ero proprio io a volerlo ma il feticista che era – è – in me. Quindi, dopo il diploma di maturità, considerai questi elementi: lavoro dietro una scrivania, splendidamente remunerato e che non prevedesse il salvare vite umane o evitare loro la galera. Era come voler costruire un castello con le carte da gioco e ritrovarsi a fare la V rovesciata con due sole di esse.
Scelsi economia e commercio.
Vorrei potermi inginocchiare come John Belushi in The Blues Brothers e gridare in lacrime: “Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”.
Era stata colpa mia: ‘fanculo il Piano A.


(continua…) 

mercoledì 27 luglio 2011

Il Piano C. #Intro


Premessa

Piccolo esperimento, a puntate. La storia è una, ed uno il protagonista, ma ho in mente di suddividerla in modo da rendere fruibile ogni parte postata, forse non proprio la parte iniziale, ma più in là ogni singolo racconto breve farà parte dell'insieme. Immagino di dover dare almeno qualche indicazione, ma già dall'intro si capirà. 



Molti sono i modi di dire sulla vita, o sulla fortuna, e spesso lasciano intendere che non sarà proprio una passeggiata. Ci sono persone nate con la camicia, alcuni sotto una cattiva stella; altri sono costretti ad attaccare l’asino dove vuole il padrone, magari facendo buon viso a cattivo gioco; la si può buttare sul culinario con padelle, braci e rospi ingoiati, oppure fare come Icaro e lanciarsi, ma nel buio, per vedere se si atterra in piedi.
Ognuno ha il suo preferito ma la verità è che le cose accadono e basta. Brutale, ma è così. Ciò che fa la differenza è il trovarsi preparati o meno, e l’unico modo per avvicinarsi all’essere preparati è avere un piano. Averlo non significa pensare di voler fare qualcosa, per quello son buoni tutti. No, avere un piano significa architettare nei dettagli il modo per raggiungere quel qualcosa e, importante, valutare le possibilità di fallimento, giusto per non farsi trovare impreparati. Però, quello che fa di un piano un gran piano è l’alternativa, il Piano B. Le persone scaltre hanno sempre un Piano B, sia esso per la fuga, per ritentare o per ricominciare con un nuovo obiettivo.
Io sto sperimentando il Piano C. Questo non fa di me una sorta di saggio o grande uomo pronto a tutto, anzi, semplicemente un grande idiota che ha sbagliato clamorosamente i calcoli per i precedenti due Piani. Uno sfigato, insomma.
Le cose iniziarono a cambiare quando, a quindici anni, mi ritrovai a riflettere su un discorso fatto con mio padre sette anni prima. Eravamo in auto diretti al cinema per vedere Vacanze di Natale, scelta che rese prevedibile l’assenza di mia madre, e chiesi per l’ennesima volta il perché del mio nome inglese. Fino ad allora se l’erano cavata buttandosi sul vago, oppure puntando sui tempi moderni, le solite cose cui un bambino non avrebbe dato importanza ma in quel contesto, due uomini diretti al cinema, era necessario dire la verità. Ora so che sarebbe bastata una mezza verità ma il punto è che a lui la genesi della scelta del mio nome proprio non andava. Marco Della Torre, mio padre, è sempre stata una persona semplice, ottima nella professione di avvocato e dotata di un’intelligenza vivace, tutte qualità puntualmente scomparse in presenza della moglie, mia madre. Lei è Rita, di professione fa la professoressa di Filosofia, un’intellettualoide femminista, come amava descriverla mia nonna paterna, nonché sogno erotico dei ragazzi del Liceo e non solo (questo era mio nonno, sempre paterno). Nonostante lei lo ami molto, col tempo ho compreso che papà è sempre uscito da quel rapporto talmente sminuito e sgualcito da sembrare un autentico coglione. Per questo, alla mia domanda, in quel dicembre 1983, sputò il rospo tenendo gli occhi fissi sulla strada e le mani salde sul volante, con un tono di voce uniforme e calmo:

- Hai presente i Beatles, il gruppo che tanto piace a tua madre? Il bassista ed anche cantante di quel gruppo si chiama Paul McCartney e a tua madre esplodevano gli ormoni dal cu… dalle orecchie ogni volta che lo vedeva, o che solo sentiva il suo nome. Quella gran donna di tua madre mi chiamava Paul quando facevamo l’amore e sai tu come mi chiamo? Marco! Mi chiamo Marco, Cristo. –

Anche quella volta non capii, specie quel “fare l’amore”. All’epoca facevo molte cose: i compiti, facevo i modellini con le costruzioni, i disegni, la cacca; il “fare” era legato a qualcosa che veniva su dal nulla, e proprio non capivo come si faceva a fare –costruire, nella mia testa – l’amore. Comunque, tornando a quel sabato di dicembre, mi ci vollero sette anni e l’ingresso a pieno titolo nel mondo della sessualità per ricollegare il tutto e comprendere che mi venne dato il nome di un tipo che semplicemente faceva arrapare la mamma. Dio santo! Pronunci il nome di tuo figlio e ti rimanda all’immagine di te che vieni presa da quel tipo nei camerini, dieci minuti prima del concerto. Mia madre. Da quel giorno non riuscii più a vederla come tale. Non solo, ce l’avevo a morte con lei per avermelo rovinato, quel giorno.
Venti luglio 1990, stavo con Sabrina, una compagna di classe che avevo corteggiato dal primo giorno di scuola. Lei sedeva davanti al mio banco ed indossava sempre dei pantaloni elasticizzati che mettevano in risalto le sue forme. Avrei potuto leggere il futuro su quel sedere, o scoprire nuove formule e teoremi sconosciuti all’uomo, ma mi limitavo ad assumere un’espressione da maniaco ritardato che non aveva mai visto un bel didietro in vita sua, e tecnicamente non lo avevo visto, almeno non come avrei voluto.
In quel famoso giorno avevamo appena finito di “fare” l’amore per la prima volta, la nostra prima volta – di quello ero sicuro, come ero sicuro che fosse la mia prima volta, di lei no, non ero sicuro affatto – e ce ne stavamo nudi sul letto di camera sua, con i genitori molto lontani da casa; pensavo a quanto accaduto, non al significato, no,  ripercorrevo mentalmente tutte le immagini della nostra performance e la cosa mi appassionava così tanto da mantenermi in costante erezione. Sabrina se ne accorse e senza mezze misure mi fece intendere che non era il caso di sprecare una simile occasione. Si mise sopra di me e disse:

- Non so cosa mi prende, ma tu mi fai esplodere gli ormoni… -

Ancora quei maledetti ormoni che esplodono, la stessa espressione usata da mio padre. Improvvisamente non avevo più Sabrina sopra di me e non c’erano i suoi lunghi capelli neri a solleticarmi la pelle, non ero nemmeno più lì, su quel letto. Ero in un cinema per adulti, unico in sala con un pacco di pop-corn fumanti e una Coca grande mentre sullo schermo proiettavano Paul McCartney che si ingroppava mia madre.
Ero il Titanic che affondava a picco, il ramo di un salice piangente, il pendolo di un orologio da muro, ma senza oscillazioni. Non ci fu modo di riprendermi.
Cara mamma: ‘fanculo te e Paul McCartney. E sì, ‘fanculo anche a quello smidollato di mio padre.

Questo col Piano C non c'entra nulla, o forse è partito tutto da lì, non so. Di sicuro non esisterebbe un Piano C senza A e B. Quindi è meglio partire con ordine.



                                                                                                                                                (continua…)

venerdì 1 luglio 2011

Poco alla volta.






Non è un racconto.
Sì, di nuovo un bel ritardo nell'aggiornare il blog.
Avete presente il foglio bianco, che ormai non è più un foglio ed è di un bianco talmente luminoso da divenire ingombrante? Ecco sì, proprio lui. Beh, ultimamente mi dà del filo da torcere, non tanto a riempirlo, ma a farmelo piacere imbrattato di nero.
Mancanza di tempo per scrivere sereno a parte, ché è vero ma non è una scusa che tiene, sto cercando di cambiare qualcosa nel modo di scrivere, nel tipo di storie da raccontare e sono un pò ad un punto morto. Vorrei cambiare qualcosa ma devo capire bene come. Appena riprenderò a rivedermi in quello che scrivo, lo posterò con molto piacere.