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domenica 8 gennaio 2012

Ora



Matteo è la frase disarmante che arriva tardi, quando il barista chiude baracca e il bullo ti ha fatto capire da un pezzo che non eri tu a comandare.
Fa niente, le frasi buone sono buone sempre, come le lasagne riscaldate il giorno dopo.
Lui vive per il dopo. “Dopo” è una freccia che tende a più infinito, senza conoscere parabole: spicca il volo e atterra a tradimento… dopo, appunto.
Sandra invece è una risposta puntuale, piena di avverbi e aggettivi che il bullo capisce dopo, molto dopo.
Lei vive per l’abbondanza. Abbonda di parole e silenzi che mescola con mani da vecchio campione comunale di briscola.

- tesoro, quando vieni a letto? -
è lei, abbondante di curve cieche, di quelle da aggredire scalando la marcia, percorrere in derapata e poi di nuovo su, in allungo fino al traguardo.

- dopo. Ho del lavoro da finire. -
lui, col freno a mano tirato, ma senza il doppio senso.
Si incontrano a metà strada, il mattino seguente. Matteo vede Sandra entrare nel bagno così come lei lo aspettava. Vede la curva dell’interno coscia fare capolino dall’elastico dell’autoreggente e si sente in colpa. Lui ha la tastiera del pc tatuata sullo zigomo e Sandra non sa se abbondare in silenzi o parole: lascia la porta del bagno socchiusa.
La via semplice finisce con un caffè in silenzio e un Maalox, quella da trapezista senza rete passa attraverso lo spiraglio della porta del bagno.
Lei guarda nello specchio il posto ideale per la prossima ruga. Ha ottime carte in mano, da “all in”. Matteo tenta il bluff da Bar dello Sport, di quelli che ti fanno vincere una mezza Peroni calda: dietro di lei, mani sui fianchi, con le labbra centra il confine incerto tra collo e spalle.
Sandra inarca la schiena mescolando parole e silenzi:

- dopo dobbiamo parlare -

- sì. Dopo. - 

giovedì 12 maggio 2011

Il Guru




“Tu non c’entri. Il problema sono io e non meriti di stare con una come me”.

Banale, come gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, che però sono efficaci quando la fame ti stropiccia lo stomaco ed hai la necessità di distenderlo. Un pò come quando l’amore finisce ed hai bisogno di quella libertà oleosa e piccante, come gli spaghetti.

Giorgio con quella frase capì che ad essere mollati non ci si abitua mai e pensò che la vita è troppo furba per poter star sempre in guardia. Così decise di diventare un abitudinario.
Se sei insoddisfatto l’abitudine è monotonia, costrizione, ma se i tuoi giorni ti piacciono allora diventa una roccaforte in cui sentirti leggero, e perfino la grattata di sedere appena svegli smette di essere meccanica, diventando la prospettiva di un piacere che sai arriverà.
A Giorgio piaceva darsi una grattatina al sedere appena sveglio e, come tante altre piccole cose, sapeva che sarebbe arrivata puntuale, cosa che lo rendeva sereno.
Però non era un tipo dalle vedute ristrette.

- Vedi, l’abitudine, a differenza della regola, non è un concetto rigido ma elastico.

- Scusa, io non vedo molta differenza. Col tempo, l’abitudine si cristallizza al punto da divenire regola.

Questo era Matteo, un vecchio compagno di università di Giorgio.

- Ora ti spiego.

- Sì, così magari ci capisco qualcosa…

- Che giorno è oggi?

- Lunedì.

- Ecco, e cosa faccio di solito il lunedì sera?

- Guardi un film in dvd.

- Bravo. Ora, invece, sono seduto con te a parlare e a bere.

- Eh, ma noi lo facciamo spesso!

- Appunto! Se vedere il film in dvd fosse una regola, ora non sarei qui, ma è un’abitudine sulla quale si sovrappone l’altra abitudine del bere qualcosa insieme a fine giornata. Vedi che è un concetto elastico?

- Mmm, sì…

Matteo non era convinto. Decise quindi di rendere scivoloso il terreno, si avvicinò a Giorgio stringendo la testa tra le spalle e, sorridendo:

- E con le donne? Da quando sei stato mollato non hai avuto una relazione che sia durata oltre una notte… anche questa è abitudine? Oppure è una regola? Magari per non star male.

Giorgio sorseggiò la sua birra fissando il punto indefinito nel vuoto che finiva sul seno della cameriera a qualche metro dal loro tavolo. Rispose a testa bassa, guardandosi i polpastrelli mentre cercava di asciugarli dall’acqua che bagnava il bicchiere.

- Un’abitudine è una scelta tua, o forse è lei che sceglie te, non saprei. Una cosa del genere non può essere lasciata all’arbitrio di un’altra persona, non sarebbe più un’abitudine. Una relazione stabile può essere fatta di abitudini ma non è abitudine.

Non aveva risposto, lui lo sapeva. Matteo lo sapeva, ma non disse nulla. Pensò che gli amici devono rompere solo se l’altro sta male, e in questo caso non era così.

- Quindi?

- Quindi cosa?

- Quindi l’amore non rientra nel tuo concetto elastico di abitudine, giusto?

- Non lo so, ci devo riflettere. Magari diventerò un guru di questa filosofia, scriverò un libro, venderò milioni di copie e ti offrirò da bere.

- Taccagno.

La seratà finì, come le altre, disintossicandosi dal giorno passato, ricaricandosi per quello successivo.
Camminando verso casa Giorgio pensò al da farsi: avrebbe sorseggiato qualcosa di forte fumando una sigaretta affacciato al balcone, poi si sarebbe preparato per la notte e avrebbe letto un libro aspettando il sonno.
Sull’immagine di lui a casa svoltò l’angolo, scontrandosi con forza con una ragazza che camminava a passo svelto. Si ritrovarono a terra, lui sopra di lei: banale.
Sentiva il seno morbido sul suo petto mentre veniva attirato dai lunghi capelli neri.
Istintivamente iniziò ad attorcigliarne una ciocca intorno alle sue dita, sorridendo. Anche lei sorrideva, di imbarazzo. Fu Giorgio a rompere il silenzio.

- Sai, potrei abituarmi a questo.

Banale, come un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino. Però, con quella frase pensò che ci aveva veramente preso, davanti a quella birra, che veramente l’amore non è questione di abitudine, ma attitudine.

mercoledì 13 aprile 2011

Improvvisazione





Mario prende appunti.
Perso nelle strade di Casablanca annota espressioni e parole. Prova ad acciuffare Humphrey che è sempre troppo avanti e allora si guarda allo specchio sfoderando il suo sguardo definitivo, da piacione: quello con cui fulminerà Sara più o meno tra quattro ore, ad un aperitivo figo.
Studia ancora un pò quel modo di fumare, di sorseggiare, immaginando i calici col vino e gli occhi di Sara che aspettano solo di essere conquistati.
Lei, invece, ha preso dal cassetto il sorriso delle grandi occasioni e lo indossa come un’arma di distruzione di massa, vuole la corte, e corte sia.
Per Mario gli esperti consigliano atteggiamento fiero, buona conversazione, simpatia e un modulo 4-4-2.
Sara non ha bisogno di esperti, è donna.

“non fargli capire che ti piace, su, per una volta, e tiratela un po’… no, non guardarlo così… e leva quella mano dai capelli, no, non ti sporgere troppo”

“ecco, stai facendo il simpatico, no, lo sanno tutti che poi diventi l’amico… su, fai l’uomo d’un pezzo, era Humphrey Bogart, non Woody Allen… e smettila di guardarle le labbra ché poi ti distrai e dici stronzate”

Intanto un’ape disegna in aria la mappa perfetta che conduce ai segreti di Sara, ma Mario non la coglie e sceglie la via lunga, iniziando dal bacio. Lei non se lo aspetta e per un attimo pensa che a quel bacio lui doveva arrivarci dopo dodici fatiche, per un attimo però… il resto è un bicchiere di vino colorato di rossetto.

mercoledì 28 gennaio 2009

Cover Man




“Farò quello che mi pare.”

Non era un granché come risposta ma almeno gli valse una nottata sudata, di quelle che il mattino dopo le faresti una foto col cellulare per tirarti su nei momenti grigi, ma il cellulare non esisteva e toccava guardarsi a lungo per non dimenticare.

Gli anni erano passati come legna nel fuoco e Giacomo si immetteva nel viale di casa, uguale a quello del vicino. Guardava la villetta uguale a quella del vicino ed entrava in macchina, stesso modello del vicino. Quest’ultimo, però, aveva una moglie da prestazioni agonistiche e dalla quale guardarsi le spalle…ecco, questa non era uguale, infatti se la trombava Giacomo che moglie non aveva.
Parcheggio dipendenti, caffè, cornetto, ritardo e ramanzina del capo, uguale per tutti.
Mensa, tutti insieme.

“lo mangi quello?”

“No ché ho i trigliceridi alti.”

“Cazzo, anche io!”

Anche le analisi, uguali per tutti.
Ma Giacomo in fondo era diverso, certo, si era fatto crescere un po’ di barba ma il fisico asciutto e il capello biondo non sbagliavano un colpo, marines metropolitano e consumatore di nostalgia a buon mercato.
Da bravo Dr Jekyll a quattro corde si divertiva nel trasformarsi in Mr. Sting, spalleggiato dai signori Copeland e Summers.
Questione di poco che nel mondo ci siano centinaia e centinaia di cover band uguali, col repertorio uguale e uguali fans, tanto, mica suonano tutti insieme.
Sicuramente tutta questa bella gente non stava suonando in un localaccio della Tiburtina. Quella sera, lì, c’era Giacomo.
Aveva mani da muratore al posto del cuore ché la gente viene a sentire te ma non è lì per te.
Queste sono sottigliezze che vanno considerate, masticate e digerite perché quando cambi anche solo una nota che non sia tua rischi di inciampare negli sguardi del pubblico.
Suona la campana:

“…Walked out this morning
Don't believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore
Seems I'm not alone at being alone
A hundred billion castaways
Looking for a home…”

Poi gli occhi di lei in fondo sala, a tradimento come una stangona di nome “Antonio”.
Quel sorriso e quella domanda che gli valse una notte sudata, per fortuna non c’erano i cellulari.

“Farò quello che mi pare.”

Passaggio da Mr. Sting a Dottor Giacomo soloandata con i compari lasciati a boccheggiare note mute.
Scena vecchia anche questa comunque, uguale alle altre.
E Giacomo attraversava il silenzio del locale con grandi spalle.

“Mezza birra in bottiglia, un foglio di carta e una penna per favore.”

Poi la guarda per bene, senza dire.
Message in an Heineken da leggere a casa, lontano da Giacomo.
Quel foglietto le strapperà un sorriso e tanta voglia di rivedere quell’omino uguale, più di tutti gli altri, al sé stesso di tanti anni fa.

martedì 16 dicembre 2008

Tu? Ci credi?








Caro Babbo Natale.

Lo so che ti ho già mandato la mia letterina per il regalo, ma ora ti scrivo perché voglio raccontarti una cosa.

Oggi la maestra ci ha dato un compito in classe.
Dovevamo parlare del nostro compagno di banco.
Io mi stufo a fare questo compito, ogni anno ce lo fa fare e non so mai cosa scrivere.
Che poi è difficile parlare del mio compagno di banco.
Lui si chiama Francesco e ha il dono.
Non lo so spiegare bene ma così mi ha detto mio nonno e io gli credo perché non mi dice mai le bugie e mi sgrida se le dico io.
Me lo ha detto un giorno in cui mi ha sentito dire che secondo me è strano.
Da allora ho osservato per bene Francesco.
Se ne sta tutto solo, sorride sempre e gli luccicano gli occhi.
Lui ha gli occhi azzurri e dei denti bianchi bianchi. Anche io voglio i denti bianchi come i suoi e me li lavo tutte le sere prima di andare a letto.

Quello che mi dispiace è che non ha il papà.
Anzi, una volta ho sentito mamma e nonna parlare e dicevano che è strano che senza il papà Francesco riceve sempre tanti regali costosi, anche perché la mamma fa le pulizie in un palazzo e non se li può permettere. Nonna dice che la mamma di Francesco è sempre stata una donnaccia e quelli sono i regali dei suoi amichetti.
Che io non ho capito, se sei una donnaccia perché ti fanno i regali?
Io i regali li ho solo se faccio il bravo.

Una cosa che mi piace di Francesco è lo zaino.
Io voglio vedere cosa c’è dentro.
Se tu gli chiedi una cosa, lui la tira fuori da lì, anche se sembra vuoto.
Ti serve un quaderno? Lui ne ha uno nuovo e bellissimo e te lo regala.
Hai perso la busta nuova di figurine? Lui ne ha sempre una in più e te la regala.
L’altro giorno Monica piangeva perché aveva perso il portachiavi a forma di orsacchiotto che aveva attaccato all’astuccio.
Francesco lo ha tirato fuori dallo zaino e ha detto che lo aveva trovato per terra.
Monica però dice che il suo era rovinato mentre quello che le ha dato Francesco era nuovo nuovo, ma uguale a quello perso.

Un giorno, alla ricreazione, dei compagni di classe hanno tagliato la coda ad una lucertola con una monetina e poi l’hanno ammazzata.
Quando se ne sono andati Francesco si è avvicinato alla lucertola, si è abbassato e l’ha toccata.
Lo so che nessuno mi crede, ma ha avvicinato la coda al corpo e quella si è attaccata e la lucertola se ne è andata tranquilla.
Io ho avuto paura e dopo scuola sono andato da mio nonno e gli ho detto tutto.
Lui mi ha raccontato che circa otto anni fa, quando io e Francesco non eravamo ancora nati, nel nostro paesello si era scatenata una bufera di neve violentissima proprio la vigilia di Natale.
Faceva tanto freddo e nessuno usciva, tutte le luci di natale che erano per strada si erano fulminate e tutti erano preoccupati.
Nonno era uscito dopo la cena della vigilia anche se nevicava forte, perché ogni anno giocava a carte con gli amici e non voleva mancare.
Mentre camminava vicino casa della madre di Francesco ha visto un uomo entrare di nascosto nel giardino e allora è entrato pure lui pensando che era un ladro.
Io non sarei entrato ma mio nonno è forte e lui non ha paura.
Nonno mi ha detto che stava per fermarlo quando quello si è girato.
Mentre mi raccontava gli veniva da piangere.
Mi ha detto che l’uomo che si è girato tutto infreddolito nella neve eri tu.
Gli è bastato guardarti negli occhi per capirlo e non riusciva a muoversi e a parlare.
Tu gli hai posato una mano sulla spalla e hai sorriso.
Gli hai detto che sapevi cosa stava pensando, che in quella casa non c’era nessun bambino, solo una donna. Poi gli hai detto che il fuoco del camino è freddo se sei solo, anche se porti un sacco pieno di regali.
Poi lo hai accarezzato e gli hai detto che si è sempre meritato i suoi doni, gli hai sorriso e ti sei incamminato verso la casa.
Nonno dice che è bello avere freddo se si è in due ma io mica l’ho capita questa cosa.

Quasi un anno dopo è nato Francesco e mio nonno dice che ha il dono e che tu sei il suo papà

Lo so che sono piccolo e certe cose da grandi non le capisco, ma volevo solo dirti una cosa: io ci credo.

Luca.

lunedì 27 ottobre 2008

La setta dei Tronati.





Da Favella 3000: “E chi se lo ricordava?”

Piccola nota – a causa del linguaggio a tratti troppo ingenuo abbiamo ritenuto di dover apportare delle piccole modifiche al testo originale, pur mantenendo intatto lo spirito dell’autore.


Sono trascorsi tre anni dal mio arrivo su quest’isola che credevo deserta.
Come faccio a saperlo? Di solito facevo la ceretta una volta a settimana, ora adotto metodi meno civili, ma a conti fatti saranno tre anni.
Mi sembra ieri, quando me ne stavo tranquillo a far risplendere il mio corpo oliato sul ponte della nave.
Poi, l’esplosione.
Abbiamo iniziato ad imbarcare acqua ed il resto è stato esattamente come quel documentario con Leonardo Di Caprio, o forse non era un documentario.
“Si salvi chi può” è un inno alla vita, più della lampada solare, più dell’happy hour, più del calcio…vabbé, forse non più del calcio ma il punto era sopravvivere ed io ho pensato “io può”.
Ora posso dire che sopravvivei, sopravvicqui, sopravvivissi…hem… Sono vivo.

Quando ormai il tutto era passato, la nave affondata, le persone risucchiate, gli squali si erano rifocillati e quell’insopportabile prurito al volto, causato dall’acqua salata, era passato, mi sono ritrovato su di un piccolo pezzo di parquet assieme a un bambino e una signora sulla quarantina.
Io sono un uomo, e gli uomini sanno cosa fare, studiano la situazione e si sacrificano se necessario.

È per questo che in base ai miei calcoli ho ritenuto opportuno gettarli in mare: il piccolo non ce l’avrebbe mai fatta e lei mi aveva chiesto se mi piacesse la filosofia.
Dopo giorni a veder diminuire la mia tonica massa muscolare sono arrivato qui.
Mi sono inginocchiato e ho pregato ringraziando lei, la Regina, la Madre di tutti noi povere anime senza agenzia: Maria.

Da allora molte cose sono accadute, quella che credevo deserta è invece un’isola popolata da una tribù di indigeni. Parlano una lingua incomprensibile, ma anche noi, col congiuntivo e condizionale, chi siamo per criticare?
Comunque, li ho squadrati, piccoli, neri, esili…no, gli esili sono quelli che vanno in esilio, loro erano magrolini e basta.
Non c’è voluto molto a diventare il loro capo, è bastato fargli vedere il mio corpo scolpito, le ali d’angelo tatuate sulla schiena e Maria e Maurizio sui pettorali e devono aver pensato che fossi una divinità.
Ora ho un trono, tutto mio, le loro donne, tutte, e non devo sceglierne una entro maggio.
Della vita terrena che facevo, poco mi appartiene ormai.
Ho deciso di fondare una nuova religione e per questo ho fecondato due volte, in questi tre anni, le quaranta donne del villaggio. Avrò la mia schiera di piccoli adepti: i figli di Maria.
Oh, Maria, se solo potessi vederli.

Ora sto bene, ho il mio team di calcio, il mio campionato: una sorta di triangolare a due squadre che vinco sempre io.
Mi manca la mamma, ma so che col mio atteggiamento non l’ho delusa, vero mamma? Scherzavi quella volta in cui mi hai detto di trovarmi un lavoro, come te e papà, tu non mi faresti mai questa crudeltà, vero mamma?
Per concludere, ho deciso di affidare al mare questa lettera scritta col sangue di uno dei tipi magrolini.
Vorrei rassicurarvi tutti e pregarvi di smetterla di dannarvi per me, lo so che vi manco e che ho lasciato un vuoto televisivo incolmabile. Ma io sto bene qui.
Solo un desiderio, un dono da parte vostra. Vi chiedo di portarmi, non importa quando, l’unica vera fonte di gioia per me, il motore unico che mi ha aiutato a sopportare tristi risvegli: lo specchio.

Vostro C.

martedì 14 ottobre 2008

Magic Box





Io ho un posto segreto.
Ci ho messo dentro una candelina accesa, un quadernetto, una bolla di sapone, uno schiaffo, il primo fumetto.
Ho impacchettato tutto per benino, stretto il fiocco bianco sullo sfondo blu del mio grembiulino.
L’ho portato avanti nel tempo credendo di andare diritto, ma il tempo è relativo come un bacio all’angolo di un sorriso, come l’animo di un clown, come il mio sguardo bagnato al soffitto.
Sono stato in prigione e poi di nuovo al via, ho sciolto il fiocco, ho guardato dentro e c’era di più.
C’ero io, nel tuo posto segreto che sai solo tu.





Lo so che è una pessima copia dei racconti di Bartoli, ma l'ho scritto in due minuti esatti senza riflettere.

giovedì 2 ottobre 2008

Per fortuna, il Re è morto.





20 Maggio 1970.
In Italia viene varato lo Statuto dei lavoratori e Marco, ventenne che ha lasciato una ditata di grasso su un sogno, torna a casa dopo otto ore in fabbrica, pensa a lei e scrive una canzone.
Qualche giorno più tardi, in un locale intellettuale e pappone, da vero eroe pronuncia il suo nome al microfono e tutti sanno che quella musica è per lei, la ragazza emancipata che balla in prima fila.
La serata finisce, nelle lenzuola, nel suo corpo, tutta la notte e…cavolo, alle sei di nuovo in catena di montaggio.

Fine settembre 1986.
Con data ufficiale “ottobre 1986” le edicole italiane conoscono un bel giovanotto londinese. Passano i mesi e Craven Road 7 è la via del cuore, troppo difficile da raggiungere, almeno quanto quel ragazzo ad un metro da Marta, ragazza che vede una fase r.e.m. in novantotto tavole. Lui di calcio non capisce nulla ma coglie l’assist del fumetto e quel metro è alle spalle.
Il resto dicono che sia chimica, ma noi non abbiamo studiato e lo chiamiamo amore.

Febbraio 1996.
Pippo Baudo ruba la vittoria del Festival di San Remo agli Elio e le Storie Tese.
A Luca girano in sette ottavi, come lo stacco de La Terra dei Cachi.
Il giorno dopo si ritroverà al cinema con una ragazza con la quale ha parlato due volte, complici delle sòle di amici e amici di amici.
Il segreto è parlare, ascoltare.
E due sconosciuti possono regalarsi una bella serata, perché sentirsi stupidi ti fa star bene.

2008.
I Toto si sono sciolti, Richard Wright è morto e anche io non mi sento tanto bene.
Intanto Stefano e Anna, sedicenni d’assalto, hanno deciso che tre mesi di chat possano bastare e si incontrano davanti un bar, dopotutto, è come se si conoscessero da sempre.
Freud ha scritto: “…il toccare, il contatto corporeo rappresenta la meta immediata sia dell'investimento oggettuale aggressivo, sia di quello amoroso…ma l'isolamento è l'abolizione della possibilità del contatto…”
Loro questo non lo sanno e improvvisano una musica che non conoscono.
Un disastro.
Diceva Pino: i bambini vanno messi al sole, perché devono sapere dove fa freddo e dove c’è più calore. Ma a casa, il clima lo decidi tu.
Un signore seduto al bar, classe 1935, li osserva allontanarsi. Sono distanti, freddi.
Raccoglie un sette di denari facendo scopa e sorride, pensa che per fortuna il Re è morto.

giovedì 17 luglio 2008

L'intollerante.





L’intollerante è un tipo che pensa troppo e pensa che ti ripensa arriva a porsi le giuste domande, tipo: perché l’essere umano è l’unico mammifero che continua ad assumere latte anche dopo lo svezzamento?
L’intollerante al lattosio all’inizio decide di eliminare qualsiasi cosa contenga l’odiata sostanza e, munito di carta e penna, redige la sua sentenza di condanna all’asocialità.

“Cappuccino e cornetto?”
“Hem, no, grazie, sai, sono intollerante…”
“Va bene, allora tu prendi il caffè al posto del cappuccino”
“No, anche il cornetto, è fatto con latte, burro…non vorrei star male”

“Oggi vieni a pranzo da me? Ho fatto le lasagne.”
“Hem, con la mozzarella?”
“Certo, che domanda è?”
“Mmm, no grazie, devo studiare.”

“Ragazzi, perché questo sabato non andiamo a Napoli a mangiare una pizza come si deve?”
L’intollerante è conscio che andare ai piedi del Vesuvio e chiedere a un pizzaiolo una capricciosa senza mozzarella equivarrebbe a fargli vedere una foto della moglie e della figlia che vengono trombate dai sette nani.
“Mi spiace, questo sabato ho ospiti a cena e mia madre mi ha implorato di rimanere a casa, sarà la prossima volta.”

“Tesoro, cospargimi di panna montata e leccami tutta!”
“Amore, la panna, non posso”
“Allora di nutella!”
“C’è il latte, tanto, non posso.”
“La crema!”
“Non posso, amore…o marmellata o miele!”
Capirete che non è la stessa cosa.

E si strapperebbe i capelli quando, con quaranta gradi all’ombra, implora il cielo pur di mangiare gelato a badilate e poi, arriva la vecchietta. Lei ordina il suo bellissimo, fantasticante, fallico cono con due palle di gelato. Lo mangia con Parkinson e gran parte della delizia cade a terra. Lui lo vede e prenderebbe quel cono per sbatterglielo violentemente sul muso: “mangia…MANGIA fottuta vecchietta, tu che puoi!”

È un continuo serpeggiare tra milioni di impulsi, rompere abitudini decennali, infrangere modelli culturali e cercare comunque di rimanere attaccato alle tradizioni, ripudiando quello che il marketing dell’intolleranza ha costruito per te:
Latte di soia
Latte di riso
Latte senza lattosio, cioè acqua bianca.
Latte di mandorle, castagne, pomodori, zucchine, pollo, di cefalo, squalo, latte di pipistrello, di testicoli, latte di seno di bambola gonfiabile.

Oggi l’intollerante al lattosio ha deciso di comprarsi un chilo di mozzarella di bufala d.o.p.: vuole suicidarsi.






Ho volutamente esagerato, ma adesso sapete anche che sono intollerante al lattosio.

mercoledì 2 luglio 2008

Il coraggio di essere uomini.





Passò il panno morbido sulle corde, il manico e il corpo, come sempre dopo un’esibizione. Un’accortezza che lui sentiva più come un gesto di rispetto verso il suo strumento che come un atto dovuto.
Poi, una sigaretta in solitario fuori dal locale completava il rito.
Una sigaretta maledetta quella che chiude un’esibizione live: per quanto tu sia lento lei finisce sempre troppo presto.
Proprio mentre rifletteva su questa cosa si avvicinò un ragazzino, avrà avuto poco meno di vent’anni.
Si presentò cortesemente chiedendo se fosse di disturbo. Lui sorrise dall’alto dei suoi quarantaquattro anni e lo accolse benevolo.

- No, ma quale disturbo? Dimmi… -

Il ragazzo voleva semplicemente complimentarsi col musicista e ringraziarlo per avergli fatto passare una bella serata. Lui sorrise imbarazzato e non senza far notare che il merito era della band completa, non solo sua.
Matteo, così si chiamava il giovane, annuì e ci tenne a specificare che i complimenti andavano in particolare a lui perché suonavano lo stesso strumento.
L’uomo si bloccò per una frazione di tempo e studiò il ragazzo. Col passare degli anni aveva imparato a riconoscere i musicisti da come si presentavano, ma i ragazzi sfuggono a qualsiasi analisi, la forza dei loro sogni è talmente forte che esplode dagli occhi e li rende tutti uguali.

- E così anche tu suoni il basso…c’è qualche brano in particolare che ti è piaciuto? –

Matteo riusciva a stento a trattenere il suo imbarazzo, ne aveva riconosciuto uno solo in tutto il repertorio e temeva di fare una brutta figura. Tuttavia fu sincero, anche perché se mentendo fosse stato scoperto, la figura sarebbe stata ben peggiore.

- Solo “The Kitchen” il brano di Pastorius…è che non ascolto molto il jazz. –

L’altro sorrise paternamente.

- Chicken…il brano è intitolato “The Chicken”, kitchen significa cucina, ma non preoccuparti è facile sbagliarsi. E non preoccuparti se non ascolti jazz, quando e se sarai pronto allargherai la tua mente ed ascolterai tutto quello che sia ben fatto, per il momento accontentati di seguire l’istinto…a proposito, sai perché il brano di Pastorius si intitola “Il Pollo”? –

Parlando passarono tre, quattro sigarette. Lui non aveva mai amato parlare di musica, dal momento che suoni, e bene, non c’è motivo di parlarne. Così la pensava. Infatti fu bravo a disegnare percorsi alternativi che portarono il ragazzo a scoprirsi, a parlare di sé, della vita. Certo, la musica in sottofondo, ma semplicemente un pretesto per viaggiare con la mente. Capì molto di Matteo in poco. Il suo disagio era vivo e graffiava. Quel corpo magro a malapena riusciva a trattenerlo e la paura passava tutta attraverso quella postura lievemente ricurva, gli occhi spesso a terra e le mani in tasca. Ma Matteo aveva anche uno sguardo tremendamente intelligente, parlava bene ed argomentava senza sputare sentenze immotivate; cosa tipica, il sentenziare con presunzione, di chi crede di essere migliore degli altri.
Il quasi quarantacinquenne aspettava quella domanda come si aspetta un verdetto e quella arrivò puntuale e precisa:

- Io vorrei continuare a studiare musica dopo le superiori, ma ho paura. Se dovessi diventare un morto di fame? I miei si aspettano che vada all’università e forse potrei non avere il loro sostegno, specie economico, se mi dedicassi solo alla musica. Secondo lei che dovrei fare? –

Solo un diciottenne poteva fare una domanda così brutale. L’uomo gli posò una mano sulla spalla e tacque per alcuni secondi, eterni. Cosa dire? Quale insegnamento dare? Come si può rischiare di indirizzare una vita verso una direzione magari sbagliata? Chi era per farlo? Certo, si trattava di esprimere semplicemente un’opinione personale, ma non era così. Il ragazzo chiedeva aiuto e quando sei disposto a chiederlo al primo sconosciuto che ti capita a tiro, magari potresti dargli anche retta.
Lui cercò la soluzione al quesito e ponderò attentamente:

-Sai, Matteo, io credo che il problema non sia la musica, l’università…no, tu hai paura. Hai paura dei tuoi genitori, hai paura del giudizio degli altri e questo ti blocca, non ti fa scegliere. Io non ti dirò cosa devi fare, perché non posso. Quello che voglio dirti è di non aver paura di scegliere. Quando pensi di essere convinto, fallo, scegli. E non pensare che la vita finisca lì, in una scelta magari sbagliata. Sei giovane e ti assicuro che una seconda possibilità ce l’hanno tutti, non aver paura di sbagliare. –

La conversazione durò pochi minuti ancora, convenevoli, ringraziamenti, nulla di più.
Matteo si allontanò, guardava in aria, verso il cielo scuro, la luna, le stelle.
L’uomo si accese una sigaretta.
Guardava la sua auto da ottantamila euro parcheggiata davanti al locale. Uno sfizio, una voglia, magari un simbolo.
Pensò a quando terminò le superiori. Studiava basso elettrico già da tre anni ed era diventato bravo, molto. Tanto bravo da dover scegliere tra uno studio matto della musica, otto, nove ore al giorno, oppure l’università.
L’errore te lo ritrovi dietro la schiena in un corridoio buio, come un assassino.
Lui si girò, lo guardò negli occhi e gli sorrise con disprezzo.
Poi tornò dagli altri per salutarli, il pomeriggio seguente avrebbe dovuto effettuare un’operazione a cuore aperto, una vita dipendeva dalle sue mani e doveva essere pronto.

giovedì 12 giugno 2008

Se baciandoti ti svegliassi.




Lei dorme.
Lui vorrebbe, ma preferisce osservarla ancora un po’.
Di notte qualcosa riposa anche in chi è sveglio, ed è allora che le sensazioni picchiano duro ed escono facilmente.
Ma lei dorme e il suo respiro è troppo sereno per svegliarla.
Baciarla sì, accarezzarla per trasmetterle protezione, quello sì, ma non svegliarla; lei deve dormire, sognare, lui non può destarla, nemmeno per dirle che la ama, anche se è l’unica cosa che vorrebbe fare.
Prende con sé quel misto di amore ed ansia e lo ingoia con la miccia accesa per farlo esplodere lontano, in strada, dove è solo e nessuno può sentire.
Le gocce di pioggia sono perle veloci sulla pelle del giubbino, scivolano testimoniando che tutto scorre.
Lui non ha mai creduto nei vecchi attori di ghiaccio, quelli che fumano allontanandosi dopo aver dimostrato di essere degli eroi.
Ma la pioggia cade e per quanto sia fitta, non riesce ad infierire sulla sua sigaretta.
Almeno una volta nella vita capita di essere soli sotto la pioggia, col bavero di una giacca di pelle alzato, come gli attori di una volta, anche solo per il tempo di una sigaretta.
Domani sarà di nuovo giorno e lei si sveglierà, meglio andare a dormire e farsi trovare pronto, perché lei è l’unica cosa che conti.

lunedì 26 maggio 2008

Magicamente Lunedì





Conosco un tipo che un giorno ha buttato tutto e si è messo a correre nudo per la strada.
Era un Lunedì mattina romano, caldo e afoso.
Lo stesso tipo ha poi ruzzolato finendo in una pipa nostalgica dalle parti di Furio Camillo.
Inalato da un sapiente scrittorone col cuore di Re Artù si è poi trasformato in un personaggio di un fumetto.
Dicono che stia bene, brav'uomo, fuma poco e ascolta i Pooh.
Lo scrittorone sa che il sorriso è gratis e ne regala uno ad una ragazza che gli sfreccia di fianco con un cinquantino sgangherato.
Lei ricambia perché i sorrisi sinceri e disinteressati di Lunedì mattina sono come il Paradiso, non esistono.
Ma un pò ci speri.
E la ragazza si siede alla sua postazione fatta di decreti ingiuntivi, comparse di risposta ed altri personaggi mitologici, si tiene stretto quel sorriso e lo trasforma in una telefonata dolce ad un ragazzo lontano e credetemi, per un Lunedì non è poco.
Forse perché quando inizia la settimana è un pò come un concerto rock, dove si inizia col botto, gain a palla, valvole saturate ed un attacco squassante. Meglio buttarne giù il più possibile al primo accordo, gli altri cadranno per strada.
Era di Lunedì quando il buon Dio ha deciso di giocare col pongo e crearci...e si è anche stancato.
Essendo perfezionista si è ripromesso di fare qualche ritocco per migliorare il tutto, ma era Domenica e si sa, quando dici "Lunedì lo faccio" sei consapevole che non è mai il Lunedì seguente, come con le diete.
Intanto noi aspettiamo.
Un giorno, arriveranno solamente Bugs Bunny e Duffy Duck col distintivo a bussare alle porte del paradiso:

"Lei è il signor Dio, giusto? Ci risulta che sia stato lei a mettere su il mondo e tutto il resto..."

"Si, ma è successo qualcosa?"

"Venga con noi, è stato citato in giudizio per abusivismo edilizio."

giovedì 15 maggio 2008

Nonsolostorie




I racconti della gente sono come il mare.
Come il mare arrivano e non sai da dove.
Li senti da lontano viaggiare nell’aria, overtures orchestrali per direttori in frak e bermuda con mani di calli e piedi stanchi.
Mario ha tirato la cinghia in turni notturni solo per lei, per un solitario ed una promessa all’altare.
Sara ha visto il suo uomo fuggire più veloce di un pensiero, uno di quelli leggeri ed innocenti, come il figlio che crescerà da sola.
Gianfranco è stato trafitto al petto, ma è in piedi. Non era infarto.
Giulia crede nella vita ed in quel sorriso che le ha dato la gioia.
Storie come queste che nascono con una sveglia al mattino e ti accompagnano fino a sera.
Miliardi di attori, registi e sceneggiatori…
Storie, particelle subatomiche nervose di vita, come coriandoli di un bimbo travestito da Zorro con uno scontro a singolar tenzone, magari contro il pirata nero, per lei, la principessa dai riccioli biondi e l’apparecchio ai denti.
Racconti, belli da sentire, belli da vivere e da raccontare, magari ad un piccolo di sei anni.

“Mamma, che storia mi racconti stasera?”

“La storia più bella del mondo, quella di un bambino nato sei anni fa…”

lunedì 28 aprile 2008

Nove.




È sempre tutto più grande di te, sempre.
Pugni, solo pugni, fin da piccolo. I tuoi nel vuoto, quelli degli altri dritti sul muso.
Poi hai pensato che di pugni sul grugno ci si poteva campare, dopotutto, il tuo amico torna dalla fabbrica con la schiena spezzata, senza dire una parola.
Tu, almeno, qualche destro a chi ti spezza la schiena potresti mollarlo.
Il sacco ha la faccia di tuo padre e forse, anche lui ha la sabbia dentro.
Un destro. Ride.
Ancora. Ride lo stesso.
Di nuovo, con tutte le tue forze.
Lui ride sempre e nel ghigno leggi bene le sue parole: “sei un fallito”
Poi succede che cresci, tra un naso rotto e il fiato corto.
Tua madre ha dentro quella poltiglia di sabbia e acqua marina con cui giocavi da piccolo al mare.
Cancro lo chiamano.
Se solo potessi prenderlo a pugni, ma non puoi, solo il sacco, solo tuo padre, solo te stesso.
Qualche anno in più e sai dove colpirà il tuo guantone prima ancora di pensarlo.
La folla, tanta.
Flash, tanti.
I battiti del tuo cuore, troppi.
Il tuo avversario è il campione del mondo.
È solo un uomo.
Non fa male.
Schiva, muovi le punte.
La tua testa che schianta al tappeto fa meno male del gancio che ti ci ha mandato.

1

Alzati.

2

Fallo per il sangue che hai sputato.

3

Fallo per le lacrime che hai versato

4

Fallo per lei che ti sta guardando

5

Fallo perché la ami.


6

Fallo perché non sei un fallito

7

Alzati.

8

Per quel cancro bastardo.

9

Per te.

Bene, la campana non ha suonato e tu sei in piedi.
Te la ridi, sono solo pugni, niente di più.
La vita colpisce più duro, sempre.

lunedì 21 aprile 2008

Un anno di...Volobasso!





Un anno.
Il primo anno di vita non c’è, non puoi ricordarlo, ma qualcuno lo ha scolpito nel cuore e lo custodisce per te.
Un giorno ti svegli e ti accorgi che è un anno che sei grande, continuando ad inseguire gli anni in cui eri piccolo.
Un anno che le tue dita scorrono su e giù sullo strumento e non avresti mai pensato di vederle così sudate, tenaci, così vive.
Un anno che hai scoperto che dalla A alla Z si crea un universo, ma anche due e le pagine lette sono tante, nel cuore, negli occhi.
Un anno che strisci con la sofferenza a tirarti per le caviglie ed hai paura che quell’anno sia solo il primo.
Il primo anno che sei guarito e la paura di tornare a strisciare non va via.
Un anno di lei ed il primo bacio è dietro l’angolo, riconosci il sapore, il calore, ma è un anno affacciato sul domani, il primo mattone di un monolocale che come canta Jovanotti diventerà un castello.
Un anno di carrellate, cuori in campo medio ed una didascalia su fondo, un augurio di splendore, un fiore, al sole.
Un anno.
12, 52, 365, 8765, 525948, 31 556 926…e 5.110.000 movimenti delle tue palpebre all’anno, ogni volta e non te ne rendi conto ma quello che vedi tra un intervallo e l’altro è tuo, è vita.

martedì 15 aprile 2008

Vita da Blogger





Il blogger saluta l’alba prima di mettersi a letto perché il grillo dentro di sé gli impone di fare il giro dei suoi centotrentaquattro links, salvo poi svegliarsi alle otto e trenta per controllare se ci sono state risposte ai suoi commenti.
Il blogger ha una vertebra cervicale sovversiva, preludio di una vecchiaia con bastoni, sputo con raschio e dentiera retta con pasta adesiva.
Il blogger ha l’ansia da prestazione, non quella per corpi nudi sudati, mani sui fianchi, lingue e affanni. Prestazione da blogger, post veloce, post corretto, post originale, frizzi, lazzi e se non posti sò cazzi
Con gli amici diventa quasi imbarazzante:

“ragazzi io vado..”

“ma come, di già?”

“eh, si…devo andare a postare!”

“ma vaffanculo và, era meglio se ci dicevi che andavi a cagare!”

Il blogger torna e si siede, ché il mondo è un sistema operativo, un motore di ricerca infinito e le parole non hanno voce, solo font e dito veloce.
Un giorno il blogger riceve un bel commento al suo ultimo post , “calda e sola” è la firma che lo incuriosisce, un click ed il mondo di “calda e sola” si apre con dolci musiche in sottofondo.
Guarda bene e quel corpo lui lo conosce, scruta meglio e crede di conoscere anche quel neo sul seno, ma non può essere vero, non la sua ragazza a pecora con un altro lui da dietro.

Driiiin…

“Laura, scusa, ma hai aperto un blog firmandoti - calda e sola - ?”

“Si, perché?”

“M-ma, Laura, stai scopando con un altro, e a pecora per giunta, con me non l’hai mai fatto!”

“Se al posto di fare lo zombie col tuo blog del cavolo mi avessi trattata come di dovere e magari afferrata da dietro, vedi che al posto di quello c’eri tu…avanti, cosa hai da dire?”

“beh, oddìo, sai che non sono buono a parole, aspetta che ti lascio un commento…”

venerdì 28 marzo 2008

Temporal Power




Prologo.

Stato Pontificio, ore 08:30 di un giorno qualsiasi.

“A-aa-aaah…rrr-mmm…AAAAAAAAAAAAARRRRRRRRGGGGHHHH!!! Diooooo, dammi la forza!!! ESCI DA QUESTO CORPO ESSERE IMMONDOOOOOOOO!!! AAAAAAAAAARRRRRRRRRRGGGGGGGHHHHHH!!!”

Cinque minuti dopo…

“P-padre, ho sentito la sua sofferenza ed il mio cuore ha avuto un sussulto di dolore, si sente bene?”

“Certo, Guglielmo, deve essere stata la peperonata di ieri sera, troppo piccante. Ma veniamo a noi: come vanno le cose lì a Sin City?”

“Male, purtroppo, il maligno raggruppa il suo esercito, sempre più numeroso. La città gorgoglia di lussuria e immoralità.”

“Urgono misure dure, Guglielmo.”

“Lasci fare a me, Santità, il demonio sarà esiliato nell’oscuro reame, per sempre.”




Sei mesi dopo…
Sin City…notte, è sempre notte.
Inalo catrame guardando quello che resta della città. Appena sei mesi fa potevi affacciarti alla tua cazzo di finestra e vederle tutte:
Amy – Gran troia, tette grandi, vere, autoreggenti e perizoma, anche a dicembre.
Gloria - Detta “golaprofonda”, non serve altro.
Cindy – Sado-maso-fetish-lesbo-oral-anal-double anal- triple anal.
Loro erano il meglio che questo lercio posto potesse offrire, gambe aperte e pistola in mano. Puoi cacciare i verdoni, infilarlo dentro, ma sono loro che scopano te e ti rimandano a calci in culo dalla tua mogliettina frigida.
Poi c’era Mark, quello sì che ti faceva sballare. Laurea in farmacia messa al servizio dello spaccio di droghe fatte in casa, tu gli chiedi le zebre a pois, lui te le fa vedere.
Paul, gestore della peggior bettola per alcolizzati e puttane, un posto dove anche uno zombie avrebbe potuto sbattersi la miglior troia di Sin City.
Io sono la miglior troia. Gestisco le passere, il denaro, le armi e faccio in modo che ognuno abbia il suo pezzo di Paradiso.
Il Paradiso, già…è quello che tutti credevano di aver assaggiato, prima di lui, Guglielmo.
Venne di venerdì, indossava la sua tunica nera, una Bibbia sul cuore e la magnum nella fondina.
Cindy si avvicinò, fece per ghernirlo col suo vibratore, il tempo di un click, poi lo sparo e la graziosa troietta era ricordo.
Fiumi di pallottole come vomito caldo caddero sul prete, ma era veloce, troppo.
Non ricaricava, sparava incessabile, svelto, preciso.
Gloria, lei e le sue spade, nulla da fare, troppo lontana ed il proiettile le perforò per sempre la sua profondissima gola. Certo, ora potrebbe spompinarne due contemporaneamente…pace all’anima sua.
Venne il turno di Amy e del suo fucile. Qualcuno disse che quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto. Guglielmo non era quell’uomo, il sangue di Amy diede quel tocco di femminilità al grigio cemento.
Paul e Mark, puah…uomini.
Uno troppo ubriaco per reagire, l’altro non fece in tempo a trovare le palle di combattere nei suoi pantaloni che già non servivano più.
Gli avamposti caddero. Il resto, puttane, papponi, mammolette varie scapparono da Sin City, i grandi erano a terra.
Solo io rimanevo.
Giocai la carta della figa, quella non sbaglia mai, pensando che l’unica cosa dura che potesse avere il prete fosse la sua magnum.
Mi sbagliai.
Vide il mio gioco e mi infilò il suo poker d’assi tra le gambe.
Pensai a Madonna “Like a Virgin”, così mi sentivo mentre me lo sbatteva con la forza di chi ha fatto voto di castità.
Mi piacque e non ci misi molto a fare due più due.
Sin City è caduta e non avrei mai trovato un posto simile, tranne che lì.


Epilogo.

Sato pontificio, qualche tempo dopo.

“Allora, Guglielmo, posso gioire nella gloria del Signore?”

“Certo, Santità, il demonio è fuggito, Sin City è storia, come Sodoma e Gomorra.”

“Bene, ma lei chi è?”

“Lei è l’unica che ha deciso di seguirmi, una schiava del demonio, succube della lussuria, ma io le ho fatto provare la gioia del pentimento, fino in fondo e lei ha deciso di venire con me, per provare quella gioia ogni giorno.”

“Sono compiaciuto, Guglielmo.”

“Santità, ora che l’ordine è ristabilito, qual è il prossimo compito?”

“Invadere la Polonia, Guglielmo, invadere la Polonia.”

martedì 4 marzo 2008

Love Bar





Se ti trovi in una città nuova il modo migliore per familiarizzare è entrare in un bar.
Dalla scelta del locale si possono capire molte cose. C’è chi sceglie il posto figo, elegante, bella gente, chi opta per luoghi semplici, minimalisti ma pur sempre ben arredati, chi, invece, preferisce la classica bettola, sporca al punto giusto ma che non tradisce mai.
Tom, primatista in sembianze da uomo qualunque, decise che era venuto il momento di un buon caffè.
In una nuova città un posto vale l’altro ma lui fu rapito da quel piccolo bar giallo tenue, caldo, quasi arancio. Sistemò la tracolla dello zaino sopra la spalla destra contemplando le due ampie vetrine laterali: erano grandi, quadrate, da dietro spiccavano delle tende di raso verde smeraldo e in alto, per tutta la loro lunghezza, grandi vasi che gettavano una cascata di gerani rosa e rossi. Al centro, una porta in legno scuro dalle venature nere e maniglia dorata, non un tavolino esterno, quasi si trattasse di un forte per ripararsi dal mondo che era fuori.
Pensò che fosse troppo femminile, ma la curiosità fu un calcio nel sedere sull’orlo di un precipizio ed aprire la porta fu facile come dire “Ma sì, stì cazzi”.
La buona impressione iniziale fu presto tradita dall’aspetto dell’interno, non che fosse mal arredato, anzi, il pavimento era di cotto e le pareti dello stesso colore dell’esterno con la variante dello stucco veneziano, quattro lampade da muro, due per lato, proiettavano verso il soffitto una luce calda ed accogliente. Quello che disturbava erano i quattro tavoli posti negli angoli di un ipotetico quadrato, un po’ perché erano effettivamente pochi e soprattutto perché pur non essendo occupati, vi erano poggiati bicchieri e quant’altro, sporchi o con bevande a metà, segno che qualcuno aveva consumato e non era passato il cameriere a pulire.
Tom non allungò lo sguardo verso il fondo del locale, che rimaneva ancora fuori dal campo visivo, perché era incuriosito da un particolare: i tavoli erano per due, due le sedie per tavolo e da quello che vi era sopra si capiva che ognuno era stato occupato da due persone.
Avanzò perpendicolarmente all’ingresso guardandosi a destra e a manca cercando di trovare un motivo a quella dislocazione fino a quando si trovò al bancone.
Vi era un vecchietto in grembiule bianco, come i suoi capelli ed i suoi baffi.
Se ne stava in silenzio e sorridente tutto affaccendato nel lucidare dei bicchieri da Martini con un panno asciutto. Una cosa era certa, si comportava come se Tom non ci fosse.
L’omino qualunque sorrise pensando che si trattasse di un vecchio duro d’orecchie ed allora ruppe il silenzio in modo deciso:

“Buonasera.”

“Buonasera a lei” rispose il vecchietto in tutta calma e senza scomporsi di un millimetro.

Tom si stupì, il vecchio aveva tutto sotto controllo e non lo degnava di uno sguardo.

“Senta, se è possibile vorrei un caffè, magari con un pezzo di torta…se è così gentile da liberarmi un tavolo, io mi accomoderei”

“Mi spiace, i tavoli sono tutti occupati”.

Il tono del barista era cordiale, ma decisamente fermo.
Tom si voltò sarcastico verso quei tavoli desolati e vuoti, nei posacenere mozziconi antichi, fumati da troppo tempo.

“Scusi, vuole prendermi in giro? Lo vede benissimo anche lei che non c’è nessuno oltre noi due”.

“Mike, Telma; Steve, Anne; Susan, John; Fred, Alice.”

Otto nomi, il vecchio li pronunciò così, come se ne fosse uno solo, come se fosse il suo.
Tom non capiva ma era abbastanza sveglio e curioso da non gettare la spugna.

“Senta, le ho chiesto solo un caffè e qualcosa da mangiare, sono stanco e vorrei sedermi. È possibile liberarmi un tavolo?”

L’uomo dall’altro lato sorrise sotto i baffi, era paterno ed affabile e da quella smorfia sembrava che fosse il padrone del mondo.

“Mi spiace ma le ho appena detto che i tavoli sono occupati, vede quello dietro di lei, alla sua destra? Lì ci sono Steve ed Anne. Vennero nel 1978, trent’anni fa. Lui aveva vent’anni, lei pochi di meno. Faceva caldo e ricordo che Steve non riusciva a levare gli occhi dalla scollatura della camicetta di lei. Ma non era uno sguardo volgare sa? Nei suoi occhi c’era tutta l’ammirazione per un essere perfetto, non che lei lo fosse, ma per lui era così…dopotutto, perfetto, chi lo è?
Da come Anne si toccava la pancia capii che presto sarebbero stati in tre e fu per questo che le preparai la cioccolata calda che mi aveva chiesto con tutto l’amore che potevo. Spesso sono solo, lo sono sempre stato e capita che mi metta ad ascoltare i discorsi dei miei clienti, senza malizia, senza giudicare, solo per ascoltare. Fu così che sentii quei due ragazzi promettersi l’amore, quello vero. E vidi le lacrime ed il loro bacio, al cioccolato quello di lei, al caffè quello di Steve. Se ne andarono così, mano nella mano, in silenzio.”

Il vecchio continuava incessantemente a lucidare bicchieri, sempre sorridente, pacato. Tom era muto, perplesso, fece per parlare ma il barista lo anticipò:

“E vede il tavolo ancora dietro, vicino alla vetrina alla sua destra? Quello è di Mike e Telma. Eh, loro si che vennero tanto tempo fa, nel 1949 se non sbaglio. Una coppia sui trent’anni. Lui aveva mani di incudine e martello, il lavoro duro glielo si poteva leggere in volto, ma aveva anche spalle larghe ed il peso del mondo lo avrebbe sopportato bene, almeno è quello che pensai. Lei era minuta, dolce, riservata. Aveva una vita di panni da stirare, piatti da lavare, letti da rifare ed un sorriso da non perdere. I soldi allora erano sempre pochi, per tutti, ma Mike riuscì lo stesso a tirar fuori quell’anello semplice semplice, ché il grand’uomo non lo vedi da quanto costa l’anello per la futura moglie, ma dal luccichio nei suoi occhi mentre lo mette al dito di lei.”

Tom aveva intuito dove il vecchio volesse andare a parare ed allora incrociò le braccia e lo lasciò fare:

“Poi, verso l’altra vetrina, beh, lì ci sono Fred e Alice. Quanto chiasso che fecero quei due, sia fuori che dentro. Alice guidava un bel macchinone, di quelli europei che costano bei verdoni, ma si sa, più costa la tua auto, meno sei capace a guidarla. E così la bella Alice nel parcheggiare fece dei danni all’auto di Fred. Lui sbraitò a lungo, erano proprio qui davanti al bar, ma spesso il sorriso passa anche attraverso degli occhi accigliati ed il buon Fred conciliò con un brindisi.
Parlarono a lungo, da Bush padre e la guerra del Golfo ai giochi che facevano da bambini. In fin dei conti, una bella coppia, lei bella ed elegante, un avvocato in gamba, da quanto ho capito, una di quelle che si è fatta da sola, senza l’aiuto di nessuno e lui uno di quelli nato nell’epoca sbagliata, un sensibile romantico. Niente di speciale, ma io ho l’occhio lungo e due sconosciuti che passano una vita insieme in un secondo non li vedi tutti i giorni. Se ne andarono ubriachi fradici, tenendosi la mano.”

“Manca l’ultimo tavolo” fece Tom, ormai divertito.

“Quello è di Susan e John. Non ci crederà, ma sono venuti proprio ieri. Coca-Cola e patatine, brufoli, converse all star e zainetto della scuola. Ridono, scherzano, non sanno che il mondo è difficile, ma hanno capito che in due è meglio. Lui vorrebbe avvicinarsi e darle un bacio e sa che fa? Si avvicina! E si danno un bacio che ai tempi miei te lo censuravano anche nei cinema per adulti, ah…i ragazzi di oggi, imparano che devono usare il profilattico prima di camminare!”

“Ed ora? Che fine hanno fatto tutti loro?”

“Steve ed Anne si apprestano a festeggiare le nozze d’argento, hanno una bella casa, figli e se Dio vuole, avranno qualche nipotino; Mike e Telma, eh…lei non c’è più, se ne andata due anni fa, dopo una vita insieme al suo Mike, ma lui la ama ancora, quella è la promessa che le fece qui, su quel tavolo, di amarla per tutta la vita e finché la promessa è mantenuta, Telma è viva; Fred ed alice se la spassano alla grande, non si sono sposati ma convivono da tempo, si amano tanto e tra alti e bassi, è come se si fossero appena conosciuti; quanto ai piccoli John e Susan, beh, è presto per dirlo, ma il loro amore brucia e quel tavolo non si tocca.”

Tom, sorrise e ringraziò.
Uscì dal bar con le mani in tasca, guardando quei tavoli vuoti. In un attimo pensò a quelle coppie, al loro amore promesso in quel luogo, tra una bevuta ed una sigaretta. Al vecchio, un custode, un barista o un pazzo. Pensò all’amore di una vita, quello che ti cambia e che un po’ lascia il segno, magari in un piccolo bar, dove fino a quando ami, quel posto è tuo e nessuno te lo può rubare.
Sul ciglio della porta, solo un secondo, una domanda:

“Ma lei chi è, e come fa a sapere queste cose?”

Per la prima volta il vecchio sollevò lo sguardo verso Tom, guardandolo con occhi eterni.

“Ha importanza?”

“No, non ce l’ha.”

mercoledì 20 febbraio 2008

Simple Life




Marco pié lento, passo felpato e chilometri di cemento.
Cammina, cammina, deflettori per pensieri nel cervello, un sogno nel cuore.
Vento denso al gusto Marlboro, callo del polpastrello, ed una rima che finisce con amore.
Si chiede, domanda e dice: “da dove vengo, dove vado, dove andrò a finire, finirà, chissà?”
E gira e vota, vota e gira, bombetta, ombrello, cravattino e borsello di vero budello.
Una ventiquattrore, pensieri e parole, tanta roba stipata, per una vita che in fondo merita pure di essere ricordata.
Apre e osserva, quello si, quello no.
Cosa porti per una vita che sia tua, che sia felice che vita sia?
Cosa c’è?
Un caffè.
E poi che ci metti?
Un piatto di spaghetti.
Tanta carta, e inchiostro, e una sigaretta al bar con gli amici, risiko, camino e bicchiere di vino.
Il sole e l’erba e quella canzone bella che ti si spacca il cuore, anima e coratella.
E poi?
E poi quella ragazza stupenda, il suo profumo, il sorriso, odore di paradiso, ma anche quel bel seno che mi fa dormire sereno e la mia mano sul suo sedere, sodo, bello, e un centesimo per ogni suo pensiero.
Tutto qui?
Credo di sì. Un bacio, il suo, per chiudere tutto, per chiudere bene, ché la vita semplice è quella che vale la pena, la pena di vedere, la pena di vivere, di scoprire, che se proprio deve finire, me la voglio almeno godere.

lunedì 11 febbraio 2008

L'uomo. L'altro.




Mi scuso per la pausa lunga, ma tra gli esami, l'otite ed un pò di sano cazzeggio, non ho avuto molta concentrazione, ma eccomi qua!!!




“La vedi?”

“Si, la vedo.”

“Sai cosa significa?”

“Cosa vuoi che significhi, è una ruga.”

“Già, una ruga…ma prima non c’era.”

“Dove vuoi arrivare?”

“Idiota, tu te la senti quella ruga?”

“Beh…no, cioè, non la percepisco fisicamente.”

“Eppure c’è. Allora, dimmi, chi sei tu, quello con la ruga o quello senza?”

“Fa differenza?”

“Molta.”

“Diciamo che mi sento più giovane dentro rispetto a quello che appare.”

“Già, diciamo che stai invecchiando.”

“E allora?”

“Tu morirai. Invecchierai e morirai.”

“Saremo in due, se io affondo tu vieni con me.”

“Non farmi ridere, io sono altro da te.”

“Spiegati.”

“Prova a sorridere.”

“Ecco, fatto.”

“Hai notato niente?”

“No.”

“Rifallo.”

“Fatt…u-un momento…”

“Si?”

“Ti sei mosso in ritardo! Questo non è possibile.”

“E chi lo dice? Tu l’hai visto quindi esiste, ed esisto io, allo stesso modo in cui tu esisti.”

“Non è vero, se io mi sposto tu non esisti più”

“E come fai a dirlo? Se ti sposti, tu per primo non hai modo di vedermi, ma se ritorni qui davanti mi vedi…chi ti dice che io non stia sempre qui mentre tu non ci sei?”

“Non mi piace questo gioco.”

“A me si, e ti dico di più…ti sei mai chiesto perché certe mattine ti svegli di buon umore ed altre stai da schifo?”

“Vieni al punto.”

“Sei un uomo, ti lasci condizionare…tutti voi siete così, basta sorridere e lo fate anche voi…uno sguardo storto ed ecco che mettete il broncio…avanti, chi sorride per primo al mattino, io o tu?”

“Questa conversazione non può essere vera, io…io sto sognando.”

“Sei tu a sognare me o io che sogno te?”

“SMETTILA! Io e te siamo la stessa cosa!”

“Povero piccolo, stai tremando…ma io sono immobile, sei ancora convinto che siamo la stessa cosa?”

“SMETTILA!!!”

“Di fare cosa?”

“Di parlarmi!”

“Allora ammetti che stiamo parlando, e con chi staresti parlando?”

“C-con te…”

“Ma se sei stato tu a dire che io sono te…”

“Basta!!!”

“Ammettilo…sei pazzo.”

“Non sono pazzo.”

“Ah, ah, ah…si che lo sei!”

“N-O-N S-O-N-O P-A-Z-Z-O!!!”

“Andiamo, cosa vorresti fare con quel rasoio?”

“Non sono pazzo!”

Il taglio fu netto.
La gola, recisa da parte a parte.
Lo trovò la moglie qualche istante più tardi, dopo aver sentito il tonfo nel bagno. Le sue ultime parole:

“Non sono pazzo…t-ti amo.”

Lei si sollevò da terra, le mani sul lavandino e le lacrime negli occhi. Alzò lo sguardo verso lo specchio e per un attimo giurò di aver visto l’immagine riflessa del marito che ghignava maligno.