mercoledì 27 luglio 2011

Il Piano C. #Intro


Premessa

Piccolo esperimento, a puntate. La storia è una, ed uno il protagonista, ma ho in mente di suddividerla in modo da rendere fruibile ogni parte postata, forse non proprio la parte iniziale, ma più in là ogni singolo racconto breve farà parte dell'insieme. Immagino di dover dare almeno qualche indicazione, ma già dall'intro si capirà. 



Molti sono i modi di dire sulla vita, o sulla fortuna, e spesso lasciano intendere che non sarà proprio una passeggiata. Ci sono persone nate con la camicia, alcuni sotto una cattiva stella; altri sono costretti ad attaccare l’asino dove vuole il padrone, magari facendo buon viso a cattivo gioco; la si può buttare sul culinario con padelle, braci e rospi ingoiati, oppure fare come Icaro e lanciarsi, ma nel buio, per vedere se si atterra in piedi.
Ognuno ha il suo preferito ma la verità è che le cose accadono e basta. Brutale, ma è così. Ciò che fa la differenza è il trovarsi preparati o meno, e l’unico modo per avvicinarsi all’essere preparati è avere un piano. Averlo non significa pensare di voler fare qualcosa, per quello son buoni tutti. No, avere un piano significa architettare nei dettagli il modo per raggiungere quel qualcosa e, importante, valutare le possibilità di fallimento, giusto per non farsi trovare impreparati. Però, quello che fa di un piano un gran piano è l’alternativa, il Piano B. Le persone scaltre hanno sempre un Piano B, sia esso per la fuga, per ritentare o per ricominciare con un nuovo obiettivo.
Io sto sperimentando il Piano C. Questo non fa di me una sorta di saggio o grande uomo pronto a tutto, anzi, semplicemente un grande idiota che ha sbagliato clamorosamente i calcoli per i precedenti due Piani. Uno sfigato, insomma.
Le cose iniziarono a cambiare quando, a quindici anni, mi ritrovai a riflettere su un discorso fatto con mio padre sette anni prima. Eravamo in auto diretti al cinema per vedere Vacanze di Natale, scelta che rese prevedibile l’assenza di mia madre, e chiesi per l’ennesima volta il perché del mio nome inglese. Fino ad allora se l’erano cavata buttandosi sul vago, oppure puntando sui tempi moderni, le solite cose cui un bambino non avrebbe dato importanza ma in quel contesto, due uomini diretti al cinema, era necessario dire la verità. Ora so che sarebbe bastata una mezza verità ma il punto è che a lui la genesi della scelta del mio nome proprio non andava. Marco Della Torre, mio padre, è sempre stata una persona semplice, ottima nella professione di avvocato e dotata di un’intelligenza vivace, tutte qualità puntualmente scomparse in presenza della moglie, mia madre. Lei è Rita, di professione fa la professoressa di Filosofia, un’intellettualoide femminista, come amava descriverla mia nonna paterna, nonché sogno erotico dei ragazzi del Liceo e non solo (questo era mio nonno, sempre paterno). Nonostante lei lo ami molto, col tempo ho compreso che papà è sempre uscito da quel rapporto talmente sminuito e sgualcito da sembrare un autentico coglione. Per questo, alla mia domanda, in quel dicembre 1983, sputò il rospo tenendo gli occhi fissi sulla strada e le mani salde sul volante, con un tono di voce uniforme e calmo:

- Hai presente i Beatles, il gruppo che tanto piace a tua madre? Il bassista ed anche cantante di quel gruppo si chiama Paul McCartney e a tua madre esplodevano gli ormoni dal cu… dalle orecchie ogni volta che lo vedeva, o che solo sentiva il suo nome. Quella gran donna di tua madre mi chiamava Paul quando facevamo l’amore e sai tu come mi chiamo? Marco! Mi chiamo Marco, Cristo. –

Anche quella volta non capii, specie quel “fare l’amore”. All’epoca facevo molte cose: i compiti, facevo i modellini con le costruzioni, i disegni, la cacca; il “fare” era legato a qualcosa che veniva su dal nulla, e proprio non capivo come si faceva a fare –costruire, nella mia testa – l’amore. Comunque, tornando a quel sabato di dicembre, mi ci vollero sette anni e l’ingresso a pieno titolo nel mondo della sessualità per ricollegare il tutto e comprendere che mi venne dato il nome di un tipo che semplicemente faceva arrapare la mamma. Dio santo! Pronunci il nome di tuo figlio e ti rimanda all’immagine di te che vieni presa da quel tipo nei camerini, dieci minuti prima del concerto. Mia madre. Da quel giorno non riuscii più a vederla come tale. Non solo, ce l’avevo a morte con lei per avermelo rovinato, quel giorno.
Venti luglio 1990, stavo con Sabrina, una compagna di classe che avevo corteggiato dal primo giorno di scuola. Lei sedeva davanti al mio banco ed indossava sempre dei pantaloni elasticizzati che mettevano in risalto le sue forme. Avrei potuto leggere il futuro su quel sedere, o scoprire nuove formule e teoremi sconosciuti all’uomo, ma mi limitavo ad assumere un’espressione da maniaco ritardato che non aveva mai visto un bel didietro in vita sua, e tecnicamente non lo avevo visto, almeno non come avrei voluto.
In quel famoso giorno avevamo appena finito di “fare” l’amore per la prima volta, la nostra prima volta – di quello ero sicuro, come ero sicuro che fosse la mia prima volta, di lei no, non ero sicuro affatto – e ce ne stavamo nudi sul letto di camera sua, con i genitori molto lontani da casa; pensavo a quanto accaduto, non al significato, no,  ripercorrevo mentalmente tutte le immagini della nostra performance e la cosa mi appassionava così tanto da mantenermi in costante erezione. Sabrina se ne accorse e senza mezze misure mi fece intendere che non era il caso di sprecare una simile occasione. Si mise sopra di me e disse:

- Non so cosa mi prende, ma tu mi fai esplodere gli ormoni… -

Ancora quei maledetti ormoni che esplodono, la stessa espressione usata da mio padre. Improvvisamente non avevo più Sabrina sopra di me e non c’erano i suoi lunghi capelli neri a solleticarmi la pelle, non ero nemmeno più lì, su quel letto. Ero in un cinema per adulti, unico in sala con un pacco di pop-corn fumanti e una Coca grande mentre sullo schermo proiettavano Paul McCartney che si ingroppava mia madre.
Ero il Titanic che affondava a picco, il ramo di un salice piangente, il pendolo di un orologio da muro, ma senza oscillazioni. Non ci fu modo di riprendermi.
Cara mamma: ‘fanculo te e Paul McCartney. E sì, ‘fanculo anche a quello smidollato di mio padre.

Questo col Piano C non c'entra nulla, o forse è partito tutto da lì, non so. Di sicuro non esisterebbe un Piano C senza A e B. Quindi è meglio partire con ordine.



                                                                                                                                                (continua…)

venerdì 1 luglio 2011

Poco alla volta.






Non è un racconto.
Sì, di nuovo un bel ritardo nell'aggiornare il blog.
Avete presente il foglio bianco, che ormai non è più un foglio ed è di un bianco talmente luminoso da divenire ingombrante? Ecco sì, proprio lui. Beh, ultimamente mi dà del filo da torcere, non tanto a riempirlo, ma a farmelo piacere imbrattato di nero.
Mancanza di tempo per scrivere sereno a parte, ché è vero ma non è una scusa che tiene, sto cercando di cambiare qualcosa nel modo di scrivere, nel tipo di storie da raccontare e sono un pò ad un punto morto. Vorrei cambiare qualcosa ma devo capire bene come. Appena riprenderò a rivedermi in quello che scrivo, lo posterò con molto piacere.

giovedì 12 maggio 2011

Il Guru




“Tu non c’entri. Il problema sono io e non meriti di stare con una come me”.

Banale, come gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, che però sono efficaci quando la fame ti stropiccia lo stomaco ed hai la necessità di distenderlo. Un pò come quando l’amore finisce ed hai bisogno di quella libertà oleosa e piccante, come gli spaghetti.

Giorgio con quella frase capì che ad essere mollati non ci si abitua mai e pensò che la vita è troppo furba per poter star sempre in guardia. Così decise di diventare un abitudinario.
Se sei insoddisfatto l’abitudine è monotonia, costrizione, ma se i tuoi giorni ti piacciono allora diventa una roccaforte in cui sentirti leggero, e perfino la grattata di sedere appena svegli smette di essere meccanica, diventando la prospettiva di un piacere che sai arriverà.
A Giorgio piaceva darsi una grattatina al sedere appena sveglio e, come tante altre piccole cose, sapeva che sarebbe arrivata puntuale, cosa che lo rendeva sereno.
Però non era un tipo dalle vedute ristrette.

- Vedi, l’abitudine, a differenza della regola, non è un concetto rigido ma elastico.

- Scusa, io non vedo molta differenza. Col tempo, l’abitudine si cristallizza al punto da divenire regola.

Questo era Matteo, un vecchio compagno di università di Giorgio.

- Ora ti spiego.

- Sì, così magari ci capisco qualcosa…

- Che giorno è oggi?

- Lunedì.

- Ecco, e cosa faccio di solito il lunedì sera?

- Guardi un film in dvd.

- Bravo. Ora, invece, sono seduto con te a parlare e a bere.

- Eh, ma noi lo facciamo spesso!

- Appunto! Se vedere il film in dvd fosse una regola, ora non sarei qui, ma è un’abitudine sulla quale si sovrappone l’altra abitudine del bere qualcosa insieme a fine giornata. Vedi che è un concetto elastico?

- Mmm, sì…

Matteo non era convinto. Decise quindi di rendere scivoloso il terreno, si avvicinò a Giorgio stringendo la testa tra le spalle e, sorridendo:

- E con le donne? Da quando sei stato mollato non hai avuto una relazione che sia durata oltre una notte… anche questa è abitudine? Oppure è una regola? Magari per non star male.

Giorgio sorseggiò la sua birra fissando il punto indefinito nel vuoto che finiva sul seno della cameriera a qualche metro dal loro tavolo. Rispose a testa bassa, guardandosi i polpastrelli mentre cercava di asciugarli dall’acqua che bagnava il bicchiere.

- Un’abitudine è una scelta tua, o forse è lei che sceglie te, non saprei. Una cosa del genere non può essere lasciata all’arbitrio di un’altra persona, non sarebbe più un’abitudine. Una relazione stabile può essere fatta di abitudini ma non è abitudine.

Non aveva risposto, lui lo sapeva. Matteo lo sapeva, ma non disse nulla. Pensò che gli amici devono rompere solo se l’altro sta male, e in questo caso non era così.

- Quindi?

- Quindi cosa?

- Quindi l’amore non rientra nel tuo concetto elastico di abitudine, giusto?

- Non lo so, ci devo riflettere. Magari diventerò un guru di questa filosofia, scriverò un libro, venderò milioni di copie e ti offrirò da bere.

- Taccagno.

La seratà finì, come le altre, disintossicandosi dal giorno passato, ricaricandosi per quello successivo.
Camminando verso casa Giorgio pensò al da farsi: avrebbe sorseggiato qualcosa di forte fumando una sigaretta affacciato al balcone, poi si sarebbe preparato per la notte e avrebbe letto un libro aspettando il sonno.
Sull’immagine di lui a casa svoltò l’angolo, scontrandosi con forza con una ragazza che camminava a passo svelto. Si ritrovarono a terra, lui sopra di lei: banale.
Sentiva il seno morbido sul suo petto mentre veniva attirato dai lunghi capelli neri.
Istintivamente iniziò ad attorcigliarne una ciocca intorno alle sue dita, sorridendo. Anche lei sorrideva, di imbarazzo. Fu Giorgio a rompere il silenzio.

- Sai, potrei abituarmi a questo.

Banale, come un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino. Però, con quella frase pensò che ci aveva veramente preso, davanti a quella birra, che veramente l’amore non è questione di abitudine, ma attitudine.

mercoledì 13 aprile 2011

Improvvisazione





Mario prende appunti.
Perso nelle strade di Casablanca annota espressioni e parole. Prova ad acciuffare Humphrey che è sempre troppo avanti e allora si guarda allo specchio sfoderando il suo sguardo definitivo, da piacione: quello con cui fulminerà Sara più o meno tra quattro ore, ad un aperitivo figo.
Studia ancora un pò quel modo di fumare, di sorseggiare, immaginando i calici col vino e gli occhi di Sara che aspettano solo di essere conquistati.
Lei, invece, ha preso dal cassetto il sorriso delle grandi occasioni e lo indossa come un’arma di distruzione di massa, vuole la corte, e corte sia.
Per Mario gli esperti consigliano atteggiamento fiero, buona conversazione, simpatia e un modulo 4-4-2.
Sara non ha bisogno di esperti, è donna.

“non fargli capire che ti piace, su, per una volta, e tiratela un po’… no, non guardarlo così… e leva quella mano dai capelli, no, non ti sporgere troppo”

“ecco, stai facendo il simpatico, no, lo sanno tutti che poi diventi l’amico… su, fai l’uomo d’un pezzo, era Humphrey Bogart, non Woody Allen… e smettila di guardarle le labbra ché poi ti distrai e dici stronzate”

Intanto un’ape disegna in aria la mappa perfetta che conduce ai segreti di Sara, ma Mario non la coglie e sceglie la via lunga, iniziando dal bacio. Lei non se lo aspetta e per un attimo pensa che a quel bacio lui doveva arrivarci dopo dodici fatiche, per un attimo però… il resto è un bicchiere di vino colorato di rossetto.

mercoledì 28 gennaio 2009

Cover Man




“Farò quello che mi pare.”

Non era un granché come risposta ma almeno gli valse una nottata sudata, di quelle che il mattino dopo le faresti una foto col cellulare per tirarti su nei momenti grigi, ma il cellulare non esisteva e toccava guardarsi a lungo per non dimenticare.

Gli anni erano passati come legna nel fuoco e Giacomo si immetteva nel viale di casa, uguale a quello del vicino. Guardava la villetta uguale a quella del vicino ed entrava in macchina, stesso modello del vicino. Quest’ultimo, però, aveva una moglie da prestazioni agonistiche e dalla quale guardarsi le spalle…ecco, questa non era uguale, infatti se la trombava Giacomo che moglie non aveva.
Parcheggio dipendenti, caffè, cornetto, ritardo e ramanzina del capo, uguale per tutti.
Mensa, tutti insieme.

“lo mangi quello?”

“No ché ho i trigliceridi alti.”

“Cazzo, anche io!”

Anche le analisi, uguali per tutti.
Ma Giacomo in fondo era diverso, certo, si era fatto crescere un po’ di barba ma il fisico asciutto e il capello biondo non sbagliavano un colpo, marines metropolitano e consumatore di nostalgia a buon mercato.
Da bravo Dr Jekyll a quattro corde si divertiva nel trasformarsi in Mr. Sting, spalleggiato dai signori Copeland e Summers.
Questione di poco che nel mondo ci siano centinaia e centinaia di cover band uguali, col repertorio uguale e uguali fans, tanto, mica suonano tutti insieme.
Sicuramente tutta questa bella gente non stava suonando in un localaccio della Tiburtina. Quella sera, lì, c’era Giacomo.
Aveva mani da muratore al posto del cuore ché la gente viene a sentire te ma non è lì per te.
Queste sono sottigliezze che vanno considerate, masticate e digerite perché quando cambi anche solo una nota che non sia tua rischi di inciampare negli sguardi del pubblico.
Suona la campana:

“…Walked out this morning
Don't believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore
Seems I'm not alone at being alone
A hundred billion castaways
Looking for a home…”

Poi gli occhi di lei in fondo sala, a tradimento come una stangona di nome “Antonio”.
Quel sorriso e quella domanda che gli valse una notte sudata, per fortuna non c’erano i cellulari.

“Farò quello che mi pare.”

Passaggio da Mr. Sting a Dottor Giacomo soloandata con i compari lasciati a boccheggiare note mute.
Scena vecchia anche questa comunque, uguale alle altre.
E Giacomo attraversava il silenzio del locale con grandi spalle.

“Mezza birra in bottiglia, un foglio di carta e una penna per favore.”

Poi la guarda per bene, senza dire.
Message in an Heineken da leggere a casa, lontano da Giacomo.
Quel foglietto le strapperà un sorriso e tanta voglia di rivedere quell’omino uguale, più di tutti gli altri, al sé stesso di tanti anni fa.