giovedì 12 maggio 2011

Il Guru




“Tu non c’entri. Il problema sono io e non meriti di stare con una come me”.

Banale, come gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, che però sono efficaci quando la fame ti stropiccia lo stomaco ed hai la necessità di distenderlo. Un pò come quando l’amore finisce ed hai bisogno di quella libertà oleosa e piccante, come gli spaghetti.

Giorgio con quella frase capì che ad essere mollati non ci si abitua mai e pensò che la vita è troppo furba per poter star sempre in guardia. Così decise di diventare un abitudinario.
Se sei insoddisfatto l’abitudine è monotonia, costrizione, ma se i tuoi giorni ti piacciono allora diventa una roccaforte in cui sentirti leggero, e perfino la grattata di sedere appena svegli smette di essere meccanica, diventando la prospettiva di un piacere che sai arriverà.
A Giorgio piaceva darsi una grattatina al sedere appena sveglio e, come tante altre piccole cose, sapeva che sarebbe arrivata puntuale, cosa che lo rendeva sereno.
Però non era un tipo dalle vedute ristrette.

- Vedi, l’abitudine, a differenza della regola, non è un concetto rigido ma elastico.

- Scusa, io non vedo molta differenza. Col tempo, l’abitudine si cristallizza al punto da divenire regola.

Questo era Matteo, un vecchio compagno di università di Giorgio.

- Ora ti spiego.

- Sì, così magari ci capisco qualcosa…

- Che giorno è oggi?

- Lunedì.

- Ecco, e cosa faccio di solito il lunedì sera?

- Guardi un film in dvd.

- Bravo. Ora, invece, sono seduto con te a parlare e a bere.

- Eh, ma noi lo facciamo spesso!

- Appunto! Se vedere il film in dvd fosse una regola, ora non sarei qui, ma è un’abitudine sulla quale si sovrappone l’altra abitudine del bere qualcosa insieme a fine giornata. Vedi che è un concetto elastico?

- Mmm, sì…

Matteo non era convinto. Decise quindi di rendere scivoloso il terreno, si avvicinò a Giorgio stringendo la testa tra le spalle e, sorridendo:

- E con le donne? Da quando sei stato mollato non hai avuto una relazione che sia durata oltre una notte… anche questa è abitudine? Oppure è una regola? Magari per non star male.

Giorgio sorseggiò la sua birra fissando il punto indefinito nel vuoto che finiva sul seno della cameriera a qualche metro dal loro tavolo. Rispose a testa bassa, guardandosi i polpastrelli mentre cercava di asciugarli dall’acqua che bagnava il bicchiere.

- Un’abitudine è una scelta tua, o forse è lei che sceglie te, non saprei. Una cosa del genere non può essere lasciata all’arbitrio di un’altra persona, non sarebbe più un’abitudine. Una relazione stabile può essere fatta di abitudini ma non è abitudine.

Non aveva risposto, lui lo sapeva. Matteo lo sapeva, ma non disse nulla. Pensò che gli amici devono rompere solo se l’altro sta male, e in questo caso non era così.

- Quindi?

- Quindi cosa?

- Quindi l’amore non rientra nel tuo concetto elastico di abitudine, giusto?

- Non lo so, ci devo riflettere. Magari diventerò un guru di questa filosofia, scriverò un libro, venderò milioni di copie e ti offrirò da bere.

- Taccagno.

La seratà finì, come le altre, disintossicandosi dal giorno passato, ricaricandosi per quello successivo.
Camminando verso casa Giorgio pensò al da farsi: avrebbe sorseggiato qualcosa di forte fumando una sigaretta affacciato al balcone, poi si sarebbe preparato per la notte e avrebbe letto un libro aspettando il sonno.
Sull’immagine di lui a casa svoltò l’angolo, scontrandosi con forza con una ragazza che camminava a passo svelto. Si ritrovarono a terra, lui sopra di lei: banale.
Sentiva il seno morbido sul suo petto mentre veniva attirato dai lunghi capelli neri.
Istintivamente iniziò ad attorcigliarne una ciocca intorno alle sue dita, sorridendo. Anche lei sorrideva, di imbarazzo. Fu Giorgio a rompere il silenzio.

- Sai, potrei abituarmi a questo.

Banale, come un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino. Però, con quella frase pensò che ci aveva veramente preso, davanti a quella birra, che veramente l’amore non è questione di abitudine, ma attitudine.

mercoledì 13 aprile 2011

Improvvisazione





Mario prende appunti.
Perso nelle strade di Casablanca annota espressioni e parole. Prova ad acciuffare Humphrey che è sempre troppo avanti e allora si guarda allo specchio sfoderando il suo sguardo definitivo, da piacione: quello con cui fulminerà Sara più o meno tra quattro ore, ad un aperitivo figo.
Studia ancora un pò quel modo di fumare, di sorseggiare, immaginando i calici col vino e gli occhi di Sara che aspettano solo di essere conquistati.
Lei, invece, ha preso dal cassetto il sorriso delle grandi occasioni e lo indossa come un’arma di distruzione di massa, vuole la corte, e corte sia.
Per Mario gli esperti consigliano atteggiamento fiero, buona conversazione, simpatia e un modulo 4-4-2.
Sara non ha bisogno di esperti, è donna.

“non fargli capire che ti piace, su, per una volta, e tiratela un po’… no, non guardarlo così… e leva quella mano dai capelli, no, non ti sporgere troppo”

“ecco, stai facendo il simpatico, no, lo sanno tutti che poi diventi l’amico… su, fai l’uomo d’un pezzo, era Humphrey Bogart, non Woody Allen… e smettila di guardarle le labbra ché poi ti distrai e dici stronzate”

Intanto un’ape disegna in aria la mappa perfetta che conduce ai segreti di Sara, ma Mario non la coglie e sceglie la via lunga, iniziando dal bacio. Lei non se lo aspetta e per un attimo pensa che a quel bacio lui doveva arrivarci dopo dodici fatiche, per un attimo però… il resto è un bicchiere di vino colorato di rossetto.

mercoledì 28 gennaio 2009

Cover Man




“Farò quello che mi pare.”

Non era un granché come risposta ma almeno gli valse una nottata sudata, di quelle che il mattino dopo le faresti una foto col cellulare per tirarti su nei momenti grigi, ma il cellulare non esisteva e toccava guardarsi a lungo per non dimenticare.

Gli anni erano passati come legna nel fuoco e Giacomo si immetteva nel viale di casa, uguale a quello del vicino. Guardava la villetta uguale a quella del vicino ed entrava in macchina, stesso modello del vicino. Quest’ultimo, però, aveva una moglie da prestazioni agonistiche e dalla quale guardarsi le spalle…ecco, questa non era uguale, infatti se la trombava Giacomo che moglie non aveva.
Parcheggio dipendenti, caffè, cornetto, ritardo e ramanzina del capo, uguale per tutti.
Mensa, tutti insieme.

“lo mangi quello?”

“No ché ho i trigliceridi alti.”

“Cazzo, anche io!”

Anche le analisi, uguali per tutti.
Ma Giacomo in fondo era diverso, certo, si era fatto crescere un po’ di barba ma il fisico asciutto e il capello biondo non sbagliavano un colpo, marines metropolitano e consumatore di nostalgia a buon mercato.
Da bravo Dr Jekyll a quattro corde si divertiva nel trasformarsi in Mr. Sting, spalleggiato dai signori Copeland e Summers.
Questione di poco che nel mondo ci siano centinaia e centinaia di cover band uguali, col repertorio uguale e uguali fans, tanto, mica suonano tutti insieme.
Sicuramente tutta questa bella gente non stava suonando in un localaccio della Tiburtina. Quella sera, lì, c’era Giacomo.
Aveva mani da muratore al posto del cuore ché la gente viene a sentire te ma non è lì per te.
Queste sono sottigliezze che vanno considerate, masticate e digerite perché quando cambi anche solo una nota che non sia tua rischi di inciampare negli sguardi del pubblico.
Suona la campana:

“…Walked out this morning
Don't believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore
Seems I'm not alone at being alone
A hundred billion castaways
Looking for a home…”

Poi gli occhi di lei in fondo sala, a tradimento come una stangona di nome “Antonio”.
Quel sorriso e quella domanda che gli valse una notte sudata, per fortuna non c’erano i cellulari.

“Farò quello che mi pare.”

Passaggio da Mr. Sting a Dottor Giacomo soloandata con i compari lasciati a boccheggiare note mute.
Scena vecchia anche questa comunque, uguale alle altre.
E Giacomo attraversava il silenzio del locale con grandi spalle.

“Mezza birra in bottiglia, un foglio di carta e una penna per favore.”

Poi la guarda per bene, senza dire.
Message in an Heineken da leggere a casa, lontano da Giacomo.
Quel foglietto le strapperà un sorriso e tanta voglia di rivedere quell’omino uguale, più di tutti gli altri, al sé stesso di tanti anni fa.

giovedì 25 dicembre 2008

In ritardo estremo...ma tanti auguri!!!





Nel momento in cui scrivo il più è stato fatto. Spero che siate stati bene!!!
Auguri...anche in ritardo!!!

Ah, cliccate sull'immagine per ingrandirla!

martedì 16 dicembre 2008

Tu? Ci credi?








Caro Babbo Natale.

Lo so che ti ho già mandato la mia letterina per il regalo, ma ora ti scrivo perché voglio raccontarti una cosa.

Oggi la maestra ci ha dato un compito in classe.
Dovevamo parlare del nostro compagno di banco.
Io mi stufo a fare questo compito, ogni anno ce lo fa fare e non so mai cosa scrivere.
Che poi è difficile parlare del mio compagno di banco.
Lui si chiama Francesco e ha il dono.
Non lo so spiegare bene ma così mi ha detto mio nonno e io gli credo perché non mi dice mai le bugie e mi sgrida se le dico io.
Me lo ha detto un giorno in cui mi ha sentito dire che secondo me è strano.
Da allora ho osservato per bene Francesco.
Se ne sta tutto solo, sorride sempre e gli luccicano gli occhi.
Lui ha gli occhi azzurri e dei denti bianchi bianchi. Anche io voglio i denti bianchi come i suoi e me li lavo tutte le sere prima di andare a letto.

Quello che mi dispiace è che non ha il papà.
Anzi, una volta ho sentito mamma e nonna parlare e dicevano che è strano che senza il papà Francesco riceve sempre tanti regali costosi, anche perché la mamma fa le pulizie in un palazzo e non se li può permettere. Nonna dice che la mamma di Francesco è sempre stata una donnaccia e quelli sono i regali dei suoi amichetti.
Che io non ho capito, se sei una donnaccia perché ti fanno i regali?
Io i regali li ho solo se faccio il bravo.

Una cosa che mi piace di Francesco è lo zaino.
Io voglio vedere cosa c’è dentro.
Se tu gli chiedi una cosa, lui la tira fuori da lì, anche se sembra vuoto.
Ti serve un quaderno? Lui ne ha uno nuovo e bellissimo e te lo regala.
Hai perso la busta nuova di figurine? Lui ne ha sempre una in più e te la regala.
L’altro giorno Monica piangeva perché aveva perso il portachiavi a forma di orsacchiotto che aveva attaccato all’astuccio.
Francesco lo ha tirato fuori dallo zaino e ha detto che lo aveva trovato per terra.
Monica però dice che il suo era rovinato mentre quello che le ha dato Francesco era nuovo nuovo, ma uguale a quello perso.

Un giorno, alla ricreazione, dei compagni di classe hanno tagliato la coda ad una lucertola con una monetina e poi l’hanno ammazzata.
Quando se ne sono andati Francesco si è avvicinato alla lucertola, si è abbassato e l’ha toccata.
Lo so che nessuno mi crede, ma ha avvicinato la coda al corpo e quella si è attaccata e la lucertola se ne è andata tranquilla.
Io ho avuto paura e dopo scuola sono andato da mio nonno e gli ho detto tutto.
Lui mi ha raccontato che circa otto anni fa, quando io e Francesco non eravamo ancora nati, nel nostro paesello si era scatenata una bufera di neve violentissima proprio la vigilia di Natale.
Faceva tanto freddo e nessuno usciva, tutte le luci di natale che erano per strada si erano fulminate e tutti erano preoccupati.
Nonno era uscito dopo la cena della vigilia anche se nevicava forte, perché ogni anno giocava a carte con gli amici e non voleva mancare.
Mentre camminava vicino casa della madre di Francesco ha visto un uomo entrare di nascosto nel giardino e allora è entrato pure lui pensando che era un ladro.
Io non sarei entrato ma mio nonno è forte e lui non ha paura.
Nonno mi ha detto che stava per fermarlo quando quello si è girato.
Mentre mi raccontava gli veniva da piangere.
Mi ha detto che l’uomo che si è girato tutto infreddolito nella neve eri tu.
Gli è bastato guardarti negli occhi per capirlo e non riusciva a muoversi e a parlare.
Tu gli hai posato una mano sulla spalla e hai sorriso.
Gli hai detto che sapevi cosa stava pensando, che in quella casa non c’era nessun bambino, solo una donna. Poi gli hai detto che il fuoco del camino è freddo se sei solo, anche se porti un sacco pieno di regali.
Poi lo hai accarezzato e gli hai detto che si è sempre meritato i suoi doni, gli hai sorriso e ti sei incamminato verso la casa.
Nonno dice che è bello avere freddo se si è in due ma io mica l’ho capita questa cosa.

Quasi un anno dopo è nato Francesco e mio nonno dice che ha il dono e che tu sei il suo papà

Lo so che sono piccolo e certe cose da grandi non le capisco, ma volevo solo dirti una cosa: io ci credo.

Luca.